Donne e lavoro, i numeri in Italia e in Europa: la trappola del part-time

L'Olanda, insieme ai Paesi del Nord e al Regno Unito, rientra tra le nazioni dove l'occupazione femminile supera la media europea del 60%.

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L'Olanda, insieme ai Paesi del Nord e al Regno Unito, rientra tra le nazioni dove l'occupazione femminile supera la media europea del 60%.

Si parla molto spesso di lavoro femminile e del mercato del lavoro attuale con tutte le differenze relative al gender gap, senza considerare il part time involontario, un problema che non è solo italiano. L’ultimo rapporto del Balancing Act di inizio settembre indica che in Italia sono occupate il 50% di donne in età lavorativa. I freddi numeri farebbero pensare a un miglioramento delle condizioni generali delle lavoratrici nel nostro Paese, in realtà la percentuale dell’Italia viene di gran lunga superata da altri Paesi europei. Da questo punto di vista, la media Ue supera il 60%. In alcune nazioni, come ad esempio il Regno Unito, Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca, il dato si attesta oltre il 70%. C’è però una costante, sottolineata nell’approfondimento della giornalista Angela Padrone per il quotidiano Il Messaggero: le percentuali di occupazione part-time.

In Olanda l’80% delle donne occupate lavora part-time

L’Olanda, insieme ai Paesi del Nord e al Regno Unito, rientra tra le nazioni dove l’occupazione femminile supera la media europea del 60%, facendo dunque molto meglio rispetto all’Italia, dove soltanto quest’anno si è raggiunto il dato del 50%. Ma è anche vero che su 100 donne occupate in Olanda, 80 lavorano part-time. Un record. Non che negli altri Stati vada meglio, visto che anche in Germania una donna su due che lavora lo fa part-time, mentre in Gran Bretagna la percentuale è leggermente inferiore (40%).

La “trappola” del part-time

I Paesi sopra indicati, dove appunto le donne in età lavorativa percepiscono uno stipendio in misura maggiore rispetto alla media europea, si contraddistinguono in maniera negativa anche sotto l’aspetto del cosiddetto pay gender gap, vale a dire – come spiega Il Messaggero – “la differenza media tra gli stipendi degli uomini e quelli delle donne”. Ecco dunque perché si parla di “trappola” part-time, che quasi sempre corrisponde a lavori meno qualificati e, di conseguenza, meno retribuiti rispetto ai lavori full-time, con il rischio elevato di non poter mai fare carriera. A ciò si aggiunge anche l’aspetto previdenziale, dal momento che una volta terminata l’esperienza lavorativa l’importo della pensione sarà molto basso.

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