Debito pubblico, si cambia: spariranno deficit strutturale e output gap

Dal vocabolario della Commissione europea stanno per uscire termini astrusi e ancora in uso per abbattere il debito pubblico degli stati

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Debito pubblico, riforma del Patto di stabilità

Il Patto di stabilità così come lo abbiamo conosciuto fino alla pandemia non ci sarà più. A confermarlo è il vice-presidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, che ha fama di rigorista. Il politico lettone si dice convinto che la strada per abbattere il debito pubblico degli stati debba essere “realistica” e che non si possa più andare avanti con obiettivi velleitari e strumenti inapplicati. Per questo, spiega al quotidiano tedesco Die Welt, la Commissione presenterà entro giugno alcune proposte di modifica.

Le parole di Dombrovskis arrivano dopo quelle pronunciate diverse settimane addietro dall’italiano Paolo Gentiloni, commissario agli Affari monetari. Un pensiero in linea con quello espresso dal premier Mario Draghi, che già nei mesi precedenti al suo ingresso a Palazzo Chigi aveva invitato a distinguere tra debito pubblico “buono” e “cattivo”.

Tra le modifiche che quasi certamente saranno implementate in politica fiscale c’è la fine del riferimento a due concetti che abbiamo imparato a conoscere tramite il gergo giornalistico degli ultimi anni: deficit strutturale e “output gap”. Il primo è inteso come il disavanzo fiscale (eccesso di spesa sulle entrate) rispetto al PIL potenziale di uno stato. Il secondo concetto è un po’ più complicato: rileva la differenza tra PIL di uno stato e quello potenziale, cioè nel caso in cui vi fosse il pieno impiego dei fattori produttivi.

Debito pubblico, nuovo Patto di stabilità

Economisti e governi hanno spesso criticato questo concetto di PIL potenziale per il semplice fatto di risultare arbitrario. In pratica, fino al 2019 accadeva che uno stato dell’Eurozona potesse godere o meno di margini di flessibilità sui conti pubblici, a seconda che il suo PIL fosse stimato o meno inferiore al PIL potenziale.

Ma l’Italia nel tempo si era vista concedere sempre meno flessibilità sull’assunto che l'”output gap” si fosse sostanzialmente azzerato, nonostante il PIL del 2019 fosse del 4% più basso del 2007 in termini reali. E questo per il fatto che il potenziale per l’economia italiana negli anni si sarebbe depresso a causa della lunga crisi.

Esiti paradossali, insomma: chi peggio sta, peggio viene trattato. Per Dombrovskis, sarebbe ormai “irrealistica” la regola aurea del Fiscal Compact di ridurre il debito pubblico in eccesso rispetto al 60% del PIL al ritmo del 5% all’anno. Del resto, i numeri parlano chiaro: già prima del Covid, il rapporto tra debito e PIL nell’Eurozona si attestava all’84%. A fine 2021, dovrebbe essersi portato al 93%, pur in calo dal 98% del 2020. Quasi nessuno stato all’infuori di Germania e Olanda sarebbe capace nel medio-lungo termine di tendere al 60%. E il nuovo governo tedesco stesso neppure vi ambisce più esplicitamente, puntando semmai sulla crescita attraverso gli investimenti.

Non facciamoci illusioni, non si tratta di un via libera al debito pubblico illimitato. Semplicemente, certi automatismi rigidi del Patto di stabilità verranno meno. Si va verso un approccio più specifico e meno generale, cioè sarà valutata la situazione di ciascuna economia per trovare il giusto compromesso tra crescita e austerità. L’asse Draghi-Macron ha già fatto presente che la seconda non possa e debba ostacolare la prima. Il cancelliere Olaf Scholz ha ribadito che l’una non esclude l’altra, ma è parso più morbido sull’opportunità di riscrivere le regole fiscali. Certo, molto cambierebbe se al posto di Draghi ci fosse un premier meno gradito e considerato meno affidabile all’estero e ai mercati, quando arriverà il momento di mettere nero su bianco la riforma del Patto. E’ l’Italia l’elefante nella cristalleria a spaventare i partner.

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