Che cos’è il “carry trade “, come funziona e quali sono i rischi

Ecco cos'è il "ccary trade" e come lo si utilizza per fare profitti. Ma attenti ai rischi.

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Quando si parla di cambi o di investimenti, vi sarà capitato spesso di imbattervi in un’espressione apparentemente oscura, ma utilizzata con una certa frequenza dalla stampa economica: “carry trade”. Vi spieghiamo brevemente di cosa si tratta, come funziona e quale potrebbe essere una strategia potenzialmente vincente nell’utilizzare questo tipo di investimento nel prossimo futuro. Per “carry trade” s’intende quell’operazione finanziaria, che consiste nel prendere a prestito denaro a basso tasso d’interesse e in una determinata valuta e investirlo nell’acquisto di assets a più alto rendimento e denominati in un’altra valuta. Il tipico esempio di “carry trade” è stato fino a qualche tempo fa quello basato sullo yen. Sappiamo che il Giappone è in deflazione e in stagnazione economica da un paio di decenni. Ciò ha spinto la Bank of Japan a tagliare i tassi fin quasi allo zero, con il risultato che è possibile prendere a prestito denaro in yen a costi relativamente molto, molto bassi. Fino al 2008, anno dello scoppio della crisi finanziaria mondiale, ci si poteva indebitare in yen a tassi vicini allo zero,  investendo quel denaro per acquistare bond dell’Eurozona o degli USA, che rendevano mediamente il 4,5% o più. La differenza tra il rendimento ottenuto investendo in euro, dollari, etc., e il tasso pagato sui debiti contratti in yen è il margine di profitto che l’investitore intascava senza muovere di fatto un dito. Si calcola che nel 2007, gli investimenti nel “carry trade” in yen ammontavano a 1.000 miliardi di dollari. Una cifra enorme, che se spostata da una valuta a un’altra, determina variazioni considerevoli del cambio.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/rendimenti-bond-eurozona-ai-minimi-il-giappone-si-butta-sui-treasuries/  

I rischi nell’investire con il carry trade?

Il “carry trade” è soggetto a due rischi: quello del cambio e quello d’interesse.

Torniamo all’esempio di prima: tutto bene, se il cambio tra yen e dollaro resta stabile o se il dollaro si apprezza contro la divisa giapponese. Se avviene il contrario, ovvero che lo yen si apprezzi contro il biglietto verde, quando l’investitore dovrà convertire, per ipotesi, i Treasuries in yen, si troverà a intascare meno denaro di quello che aveva investito in dollari, a causa del movimento del cambio. Lo stesso dicasi per il fattore tasso. Se gli USA vedono diminuire i rendimenti, mentre il Giappone assiste a una loro crescita, l’investitore otterrebbe un margine sempre più basso e potenzialmente negativo, ovvero rischia di subire una perdita. E poiché il cambio e i tassi sono intrecciati tra di loro, un calo dei rendimenti americani coinciderebbe con un deprezzamento del dollaro, mentre una risalita dei tassi in Giappone apprezzerebbe lo yen. In realtà, se mi indebitassi a tasso fisso in Giappone ed acquistassi un Treasury bond anch’esso a tasso fisso e della medesima scadenza del prestito ottenuto in yen, quali che siano i movimenti dei tassi, non dovrei subire alcuna perdita, senza considerare il cambio. Così come ci si può tutelare dal rischio di cambio con i contratti swap, ossia strumenti che fissano in anticipo il tasso di conversione tra due valute a un determinato rapporto, consentendoci di stabilire sin dall’inizio i ricavi derivanti dalla rivendita degli assets acquistati in una certa valuta (qui, in dollari convertiti in yen). Tuttavia, tali contratti sono onerosi, per cui abbassano il rendimento potenziale di un’operazione di “carry trade”, così come puntando sugli assets a reddito fisso e senza disinvestirli prima della scadenza, si rischia di perdere alternative allettanti, anche se ciò ci assicura di non subire perdite dalle variazioni dei tassi.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/il-franco-svizzero-intimorisce-i-traders-e-il-forex-diventa-scettico-sui-cambi-fissi/  

C’è un futuro per il carry trade? E quale?

Detto ciò, conviene ancora oggi puntare sul “carry trade” tra yen e dollaro o euro? La risposta è “ni”.

Rispetto al periodo pre-crisi, il differenziale di rendimento tra i titoli denominati in dollari o euro e quelli in yen si è di molto ristretto. Dunque, i guadagni potenziali di queste operazioni sarebbero oggi enormemente più bassi di 7 o 8 anni fa. Tuttavia, divergono le politiche monetarie tra le principali banche centrali, con BoJ e BCE vincolatesi a restare espansive ancora per un pò di tempo, mentre la Federal Reserve dovrebbe avviare quanto prima la sua prima stretta dal 2006. Ciò spinge a pensare che il dollaro dovrebbe rafforzarsi, mentre lo yen e l’euro potrebbero indebolirsi contro la divisa americana. Se così fosse, non solo il differenziale tra i rendimenti USA e quelli nipponici dovrebbe lievitare, ma crescerebbe anche il valore degli assets investiti in dollari, grazie al rafforzamento del biglietto verde. Dunque, il “carry trade” riprenderebbe ad avere successo tra le due valute. Tuttavia, il caso del franco svizzero ci mette in guardia dal confidare eccessivamente nelle mosse delle banche centrali. Agli inizi di gennaio, la Schweizerische National-Bank ribadiva il suo impegno a difendere il cambio minimo con l’euro a 1,20, ma il 15 di quel mese annunciò clamorosamente di abbandonarne la difesa, cosa che fece schizzare in alto la valuta elvetica contro tutte le altre divise a cambio flessibile del pianeta. Circa 535 mila famiglie polacche, che avevano contratto mutui in franchi svizzeri, riponendo la loro fiducia in un cambio stabile, si sono viste accrescere in poche ore il costo dei loro debiti. In fondo, anche quella era un’operazione di “carry trade”, ma andata male.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/polonia-lo-zloty-si-rafforza-e-disinnesca-la-crisi-dei-mutui-in-franchi-svizzeri/  

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