Black Friday e il boom dei resi: gli allarmanti dati sui veri costi

Durante il Black Friday crescono in maniera esponenziale le restituzioni delle merci acquistate, un vero allarme per l'economia.

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Durante il Black Friday crescono in maniera esponenziale le restituzioni delle merci acquistate, un vero allarme per l'economia.

Il Black Friday sta entrando nel vivo e se non si parla d’altro che degli acquisti in genere, un tema non meno importante è quello dei resi e di quanto costa in realtà questa pratica ormai diventata comune.

550 miliardi

Durante il venerdì nero dello shopping, gli e-commerce, soprattutto quelli di abbigliamento fast fashion fanno veri e propri boom di ordini complici i prezzi già bassi. Secondo un report di Appriss Retail però i dati sono allarmanti per quanto riguarda i resi in crescita. Solo negli Usa il costo è arrivato a toccare 369 miliardi di dollari e quest’anno si pensa possano aumentare di molto fino a 550 miliardi. Dunque, se da un lato gli e-commerce fanno affari per i numerosi ordini che giungono durante i giorni caldi dello shopping, l’altro lato della medaglia sembra descrivere una situazione non rosea considerando quanto ci rimettono per i resi. Tra le vittime illustri c’è anche l’ambiente considerando che il trasporto è uno dei maggiori fattori inquinanti insieme al packaging considerato nocivo da Fast Company.

Le città, d’altro canto, devono far fronte a sempre più numerose scatole di cartone e buste di plastica da smaltire tanto che, solo negli Usa, alcune amministrazioni hanno dovuto aumentare la tassa sui rifiuti.

Attenzione anche alle truffe

A questo si aggiungono le frodi, sempre più numerose, legate alla pratica del reso. Secondo Forter Fraud Attack Index, il rischio truffe quando un rivenditore offre il reso in negozio sono in aumento e costerebbero 15,3 miliardi. In linea generale, la restituzione della merce, vista sotto vari punti di vista, sta diventando deleteria per l’economia ma i negozi sfruttano proprio questa possibilità per aumentare le vendite. Chi acquista online, infatti, considera la possibilità di effettuare il reso tra i fattori di scelta fondamentali mentre gli e-commerce aumentano le vendite anche del 457% secondo lo studio pubblicato su The Journal of Marketing.

E non tutti restituiscono i capi perchè la taglia è sbagliata. In base ad uno studio, ci sono veri e propri compulsive shopper che acquistano continuamente abiti ma poi si pentono e li rimandano indietro o chi con la scusa del reso gratis ordina prodotti per provarli e poi li restituisce. Il fenomeno del wardrobing costerebbe solo 1,7 miliardi di euro. C’è poi il fenomeno del social media wardrober ossia si acquista un outfit solo per fotografarsi e postare la foto sui social e poi lo rende o chi, addirittura, ordina più taglie o colori di uno stesso prodotto e poi tiene quello che preferisce restituendo gli altri.

La diffusione degli e-commerce poi, significa sempre più restituzioni e la differenza con i negozi tradizionali si nota molto: tra l’8 e il 10% per i negozi fisici al 15 e il 30% per gli acquisti online. Che fine fanno i capi di abbigliamento resi? Meno del 50% come scrive  GreenBiz viene rivenduto mentre il resto viene dato ai gestori di negozi di svendite e liquidazioni o addirittura direttamente buttato.

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