Beppe Grillo ordina la nazionalizzazione di Telecom Italia, messaggio in codice per Berlusconi

Rinazionalizzare la compagnia telefonica e licenziare l'ad di Open Fiber. Dalle colonne de "Il Fatto Quotidiano", il fondatore del Movimento 5 Stelle "ordina" alla maggioranza il ritorno dello stato-imprenditore.

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Rinazionalizzare la compagnia telefonica e licenziare l'ad di Open Fiber. Dalle colonne de

Beppe Grillo torna a farsi sentire. Dopo avere liquidato con una battuta la candidatura di Alessandro Di Battista a capo del Movimento 5 Stelle, facendo quadrato attorno alla leadership del premier Giuseppe Conte, dalle colonne de Il Fatto Quotidiano, la cassa di risonanza mediatica dei pentastellati, ha voluto dire la sua anche sull’affare scottante di Telecom Italia, in trattative da tempo con Open Fiber per l’integrazione delle reti. Il fondatore dell’M5S ha sostenuto la necessità di creare un’unica infrastruttura per accelerare gli investimenti tecnologici sul territorio nazionale, parlando di “fallimento” della controllata di Enel e CDP, che continuerebbe a sotto-investire nelle cosiddette “aree bianche”, quelle lasciate scoperte dalla fibra ottica.

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Secondo il comico genovese, a questo punto sarebbe “un male minore” anche l’ipotesi di una rete unica in mano ai privati, ma la strada maestra, spiega, consiste nel fondere Telecom Italia con Open Fiber e licenziare l’ad di quest’ultima, Elisabetta Ripa, che giudica “totalmente inadeguata”. Per procedere alla ri-nazionalizzazione, Cassa depositi e prestiti, già al 9,89% della compagnia, dovrebbe salire al 25%, scavalcando così il 23,94% della francese Vivendi, la quale a quel punto rivenderebbe la propria quota alla stessa CDP, consentendole di arrivare a detenere la maggioranza assoluta del capitale.

Cosa c’è dietro alla svolta

L’operazione immaginata da Grillo avrebbe grossi contraccolpi sul panorama industriale e finanziario italiano. Anzitutto, peserebbe direttamente sui conti pubblici per qualcosa come 3 miliardi, ipotizzando che il valore delle azioni rimanesse inalterato. E si consideri che i 26,7 miliardi di indebitamento netto di Telecom al 31 marzo scorso (32 miliardi lordi) verrebbero consolidati con quelli dello stato, aumentando il valore formale del già altissimo debito pubblico.

Per il mercato, poi, sarebbe il segnale che l’Italia sia tornata ufficialmente all’idea dello stato-imprenditore, dopo che anche Alitalia è stata nazionalizzata e Banca Monte dei Paschi di Siena sarà certamente in mano al Tesoro fino ad almeno tutto l’anno prossimo, mentre la stessa ex Ilva potrebbe passare alla gestione statale, così come la rete autostradale.

Non ci voleva un mago per capire che l’arrivo dei 5 Stelle al governo avrebbe comportato una svolta neo-statalista per l’economia italiana. E così è stato. La crisi scatenata dal Covid-19 ha semplicemente accelerato i tempi e addolcito agli occhi dell’opinione pubblica la transizione verso il passato. Peccato che l’operazione su Telecom non si regga in piedi proprio sul piano delle motivazioni. Se Open Fiber ha fallito nel digitalizzare l’Italia, la colpa sarebbe proprio dello stato, che ne detiene il controllo totale attraverso Enel e CDP, due assets in mano al Tesoro. Perché mai lo stato dovrebbe comportarsi diversamente e meglio, nel caso in cui arrivasse a controllare la compagnia?

La fusione tra i due assets è stata perseguita sin dalla creazione di Open Fiber e specie dal 2018, quando l’allora governo Gentiloni autorizzò l’ingresso di CDP nel capitale di Telecom per bloccare l’ascesa di Vivendi e arrivare a un management non ostile all’integrazione e allo scorporo della rete. Il vento neo-statalista ha iniziato a soffiare da qualche anno, ma spira molto più forte con l’ingresso di Conte a Palazzo Chigi. E’ preoccupante che il fondatore del primo partito della maggioranza abbia chiesto pubblicamente il licenziamento dell’ad di una controllata pubblica, che se arrivasse decreterebbe l’assenza di autonomia gestionale degli importanti assets industriali domestici.

Il messaggio cifrato per Berlusconi

E chissà se dietro alla voglia di nazionalizzazione di Grillo ai danni di Vivendi si celi un qualche messaggio in codice per Silvio Berlusconi e la sua Forza Italia, affinché egli regga il governo Conte nel caso in cui la maggioranza attuale si sfilacciasse da qui ai prossimi mesi.

In effetti, il Cavaliere dovrebbe sperare che i francesi restino in Telecom, pur da una posizione di minoranza. Una loro eventuale uscita dal capitale di Telecom farebbe venire meno la necessità per l’AgCom di mantenere “congelate” le azioni che Vincent Bolloré detiene in Mediaset per la quota eccedente il 10% (19%), non essendovi più il rischio di concentrazione nel mercato italiano delle telecomunicazioni. A quel punto, il bretone tornerebbe alla carica e minaccerebbe il piano MediaForEurope, con cui Cologno Monzese sta cercando in questi mesi di creare un polo televisivo europeo con sede in Olanda, così da salvaguardare l’assetto proprietario in mano alla famiglia dell’ex premier.

Comunque la si guardi, le bordate di Grillo per ottenere la nazionalizzazione di un asset industriale appaiono raccapriccianti per le stesse modalità con cui sono state lanciate. I “grillini” stanno allungando le mani su tutti i gangli del potere finanziario tricolore, nel tentativo di salvaguardare il potere conquistato per quando dovessero ritrovarsi estromessi dal governo. A poco a poco, tutte le principali realtà industriali finiranno nel mirino dell’esecutivo, anche perché per la prima volta nella storia repubblicana vi sono al governo quasi solo forze politiche con forte vocazione statalista, se è vero che il PD di Nicola Zingaretti non c’entri più molto con quello dalla fisionomia più liberale di Matteo Renzi e che il partitino fondato da quest’ultimo si stia rivelando marginale ai fini dell’azione parlamentare e programmatica del governo. Un altro passo verso la “venezuelizzazione” dell’Italia.

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