Economia australiana cresce senza sosta dai tempi dell’Urss

Economia in Australia senza ombra di crisi da 26 anni. I problemi non mancano, tra cui una preoccupante minaccia da bolla immobiliare, ma la crescita ininterrotta dal 1991 è un record mondiale.

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Economia in Australia senza ombra di crisi da 26 anni. I problemi non mancano, tra cui una preoccupante minaccia da bolla immobiliare, ma la crescita ininterrotta dal 1991 è un record mondiale.

L’economia in Australia non si ferma e nel secondo trimestre di quest’anno è cresciuta di un altro 0,8%, in accelerazione dal +0,3% del primo trimestre, che era risultato il più debole dal 2009. E così, sono 104 i trimestri senza una variazione negativa del pil, pari esattamente a 26 anni.

Il precedente record di 103 consecutivi senza recessione spettava all’Olanda, che viene così ufficialmente aggiornato. A trainare la crescita australiana sono stati essenzialmente i consumi: +0,7% nel periodo aprile-giugno, a fronte di un corrispondente calo dei risparmi da un tasso del 5,3% a uno del 4,6%. La spesa pubblica ha contribuito positivamente all’aumento del pil per lo 0,8%, i consumi per lo 0,4%, le esportazioni per lo 0,6%, mentre le costruzioni non residenziali hanno esitato un contributo negativo per lo 0,4% e le scorte per lo 0,6%. (Leggi anche: Economia australiana in crescita da 26 anni, è record)

E così, per avere traccia di un calo del pil in Australia bisogna tornare con la memoria alla metà del 1991, un’altra era sul piano economico e politico, se si considera che allora vi era ancora (per poco) in piedi l’Unione Sovietica e che la Cina era un’economia asiatica arretrata, mentre la globalizzazione si trovava solo in una fase iniziale. In questi oltre due decenni e mezzo, Canberra ha attraversato indenne il dissolvimento dell’Urss, la crisi delle cosiddette “tigri asiatiche” di fine anni Novanta, nonché lo scoppio successivo della bolla della “new economy”, l’11 settembre e la crisi finanziaria mondiale.

Che dire, se non solamente che l’economia australiana meriti soltanto di essere invidiata? Diversi gli ingredienti di un successo, che non ha pressoché nulla di misterioso. Le esportazioni dell’immenso paese dell’Oceania ammontano nell’ultimo anno a oltre 339 miliardi di dollari locali, poco meno di un quinto del pil. Peraltro, la sua bilancia commerciale risulta positiva solo negli ultimi mesi. Va detto, però, che un terzo delle esportazioni australiane si hanno nei confronti della sola Cina, con la quale Canberra segna un avanzo commerciale intorno a un punto di pil.

Il legame con la Cina

E proprio la rampante economia cinese spiega grossa parte del successo di quella australiana. Con il boom degli ultimi 25 anni, Pechino ha avuto bisogno di materie prime in quantità sempre maggiori e l’Australia è stata ben felice di fornirgliele, come carbone, ferro e gas. Si capisce così meglio perché la congiuntura dell’economia australiana sembra essere stata sganciata da quella del resto delle economie avanzate. Parliamo di un paese di dimensioni relativamente piccole, in termini di abitanti, geograficamente vicino a una super-potenza in forte crescita e che ha bisogno di acquistare proprio quello che esso ha a disposizione da vendere.

Ma la Cina da sola non spiega tutto. L’Australia ha riformato la sua economia sin dagli anni Ottanta, aprendo ai commerci internazionali, liberalizzando il tasso di cambio con la rimozione dei controlli sui capitali e reagendo in maniera appropriata alla caduta dei prezzi delle materie prime nell’ultimo triennio. La sua Reserve Bank ha tagliato i tassi al minimo storico dell’1,5% (livello ben più alto dei tassi negli USA, in Europa e in Giappone), stimolando i consumi interni da un lato e deprezzando il cambio dall’altro del 25% negli ultimi 5 anni contro il dollaro. In questo modo, man mano che le quotazioni delle commodities sono scese, in valuta locale sono aumentati i ricavi, compensando parzialmente la caduta.

Nonostante questo, l’inflazione resta bassa e di poco inferiore al 2%, mentre la disoccupazione risulta scesa al 5,6% a luglio. In realtà, potrebbe andare meglio per le famiglie, attraversate da un livello record di sottoccupazione (14,4%) e da una montagna di debiti privati, questi ultimi arrivati al 190% del pil e considerati la grande minaccia per l’economia nazionale, specie in un contesto di prossimo aumento dei tassi, quando inevitabilmente il peso delle rate dei mutui si farà sentire maggiormente. La bolla immobiliare è alla base di questo trend negativo, con i prezzi delle case letteralmente schizzati nelle grandi città australiane dal 2009. (Leggi anche: Prezzi case raddoppiati dal 2009, la bolla immobiliare spaventa l’Australia)

Ma i salari crescono poco

La crescita dei salari rimane debole, pari alla media dell’1,9% dall’ultima recessione, mentre negli ultimi cinque trimestri il reddito lordo disponibile è aumentato mediamente dello 0,5%.

La banca centrale si mostra ottimista sulla ripresa dei salari, anche se è un ritornello abbastanza consueto che si trasmette di anno in anno e che viene puntualmente smentito dai dati. E’ dal 2011, infatti, che la crescita salariale nella terra dei canguri decelera, scendendo adesso sotto il 2% da oltre il 4% degli anni immediatamente precedenti al 2007.

Del resto, una forza-lavoro ancora disponibile rende difficile l’aumento degli stipendi, tenendo conto che persino negli USA, dove la disoccupazione risulta scesa nei pressi del 4% e la sottoccupazione viene stimata intorno all’8,5%, si ha una crescita media salariale media di poco superiore al 2% sin dal 2010. E si consideri anche che, nonostante le misure molto restrittive sull’immigrazione, la popolazione residente è cresciuta nel 2016 dell’1,6%, in conseguenza dell’ingresso di centinaia di migliaia di stranieri, che se da un lato portano energie fresche da utilizzare sul mercato del lavoro, dall’altro creano pressioni al ribasso sui salari e, quindi, anche sull’inflazione.

Quest’anno, è probabile che il pil cresca dell’1,8%, poco meno di economie come gli USA e all’incirca quanto l’Eurozona, in decelerazione dal +2,8% dello scorso anno. Resta la meraviglia per un’economia, che non conosce crisi da oltre un quarto di secolo e dove il pil pro-capite a parità di potere di acquisto nel 2016 è stato di quasi 49.000 dollari USA, in crescita di oltre il 30% nell’arco di un decennio e del 77% dall’inizio del Millennio. A titolo di confronto, si pensi che un italiano godrebbe di un pil pro-capite attualmente più basso di un quarto e cresciuto di appena il 6% in 10 anni e del 37% nel nuovo Millennio. (Leggi anche: Crescita pil fino al 4%? In Australia possibile nel 2018)

 

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