Allarme pensioni legato al numero 23, così uscire prima dal lavoro è impossibile

Anche il presidente dell'INPS si accorge che l'allarme delle pensioni sia legato a un numero particolare e rende impossibile la flessibilità

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Allarme pensioni

Mentre il dibattito politico sulla riforma delle pensioni resta incentrato sulla richiesta di maggiore flessibilità in uscita dal lavoro proveniente dai sindacati e rivolta al governo, interviene sul tema il presidente dell’INPS, Pasquale Tridico. Rinnova la sua proposta di consentire ai lavoratori di uscire a 64 anni di età, ma solamente per la quota contributiva. A partire dai 67 anni – l’età pensionabile ufficiale – percepirebbero anche la quota retributiva loro spettante, cioè l’assegno pieno.

Una soluzione, quella di Tridico, che non può andare a genio alla gran parte dei lavoratori, la quale si troverebbe così costretta a vivere per tre anni con un importo anche molto basso. Il pregio della misura, tuttavia, sarebbe il suo bassissimo costo, stimato in poche centinaia di milioni di euro all’anno. Addirittura, dopo alcuni anni lo stato ci guadagnerebbe.

Ma Tridico lancia un allarme sulle pensioni, riconoscendo che il principale ostacolo alla flessibilità sia legato al numero 23. Sono ormai da anni 23 milioni gli occupati in Italia, una cifra che non riesce a crescere e a tendere ai livelli europei. Lavorano troppo poche persone e, pertanto, entrano nelle casse dell’INPS pochi contributi per pagare gli assegni dei pensionati. Anche per incentivare l’occupazione e lo studio, il presidente propone il riscatto gratuito degli anni di laurea.

Riforma pensioni e flessibilità difficile

Ad ogni modo, ha ragione quando afferma che la bassa occupazione sia il male dell’Italia. Da quando l’ISTAT ha iniziato le rilevazioni nel 2004, il numero degli occupati è cresciuto di poco. Prima della pandemia, era arrivato a meno di 23,5 milioni, poco più del 59% della popolazione di età tra 15 e 64 anni. In 15 anni, solamente +1,2 milioni, pari a un aumento del tasso di occupazione dell’1,8%.

A titolo di confronto, in Germania nello stesso frangente gli occupati crescevano di ben 6 milioni, cioè di 12 punti percentuali, salendo al 76%.

E anche la Francia ha fatto meglio: +2,5 milioni, pari a +3%. L’occupazione transalpina segna il 67%. In Spagna, sono aumentati di 2,5 milioni, anche se in termini percentuali l’occupazione è rimasta stabile e bassissima: 50%. Ma prima della crisi finanziaria mondiale del 2008, era salita al 54%. Questi numeri nel complesso segnalano un grosso problema per il mercato del lavoro italiano. Se consideriamo che gran parte della crescita dal 2004 sia stata semplicemente il frutto della regolarizzazione dei lavoratori immigrati, ci accorgiamo come gli occupati nei fatti sarebbero rimasti invariati.

Del resto, l’occupazione cresce difficilmente con un’economia ferma. Già prima della pandemia, il PIL reale risultava in calo di 4 punti nel 2019 rispetto al 2007. Di fatto, non era cresciuto da inizio millennio. Nel 2020, si era portato ai livelli di metà anni Novanta. A fine 2021, con ogni probabilità sarà risalito ai livelli di fine anni Novanta. Per le pensioni è una pessima notizia. L’INPS incassa sulla base di due variabili: il numero degli occupati e il livello delle retribuzioni. Queste ultime in termini reali sono diminuite del 3% in 30 anni, unico caso in Europa. Dunque, pochi lavoratori che versano contributi troppo bassi per rendere sostenibile la previdenza. Così, la flessibilità in uscita diventa molto difficile, se non impossibile.

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