La BCE parla già di porre fine al PEPP, un mese dopo avere potenziato gli acquisti di bond

A Francoforte la confusione regna sovrana sugli stimoli monetari. Messaggi contrastanti sugli acquisti di bond.

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Acquisti bond BCE, la confusione di Francoforte

Non è il solo governatore centrale austriaco Robert Holzmann ad auspicare un taglio degli acquisti di bond da parte della BCE nel prossimo futuro. Mercoledì, affermazioni simili sono arrivate dal collega francese François Villeroy de Galhau. Egli ha ribadito che il PEPP durerà “almeno fino al marzo del 2022”, ma ha aggiunto che l’istituto potrebbe ipotizzare di porre fine al programma proprio in coincidenza con la scadenza sinora fissata. Inoltre, il banchiere di Parigi ha voluto chiarire che la BCE resterebbe accomodante anche dopo la cessazione del PEPP. Altresì, ha voluto chiarire che il target d’inflazione al 2% non sarebbe “un tetto”.

L’accelerazione degli acquisti di bond con il PEPP è stata annunciata al board di marzo ed è avvenuta a partire dalla terza settimana dello scorso mese. Tuttavia, le dimensioni complessive del programma non sono mutate e restano fissate ad oggi a 1.850 miliardi di euro. Di questi, al 9 aprile scorso risultavano utilizzati poco più di 960 miliardi, circa la metà. Ma è la comunicazione a disorientare. Nel giro di pochi giorni, Francoforte è passata dal segnalare più acquisti di bond nell’arco della settimana e del mese al paventare la loro cessazione alla scadenza del programma.

Sul piano strettamente tecnico, nulla da eccepire. La BCE sta accelerando gli acquisti di bond, fermo restando che manterrà invariate durata ed entità del PEPP. Né si è impegnata a utilizzare tutta la potenza di fuoco per la quale ha ricevuto mandato dal board. Ma resta il fatto che la comunicazione sia un’altra storia. Ricordate l’infausta frase “non siamo qui a chiudere gli spread“? Corrispondeva al vero. Ciononostante, provocò i peggiori crolli delle borse europee di sempre in un’unica seduta.

E l’istituto si rese conto di dover tornare sui suoi passi per ricalibrare la comunicazione.

Acquisti di bond, comunicazione confusa della BCE

Anche questa volta è così. Se annunci che acceleri gli acquisti di bond, lo fai evidentemente perché vuoi segnalare al mercato che intendi sostenere le aspettative d’inflazione, cioè temi che la crescita dei prezzi al consumo resti sotto il target ancora a lungo. Ma se dopo pochi giorni dichiari che non vi sia bisogno di dilatare la durata del PEPP oltre la scadenza, significa che staresti già dando per scontato che riuscirai a centrare stabilmente il target d’inflazione per allora. Delle due l’una: o hai potenziato gli acquisti di bond per un qualche obiettivo diverso non dichiarato (sostenere le politiche fiscali espansive dei governi?) o stai frettolosamente smentendo la precedente decisione presa per la paura di perdere il controllo della stabilità dei prezzi. In questo secondo caso, però, cosa sarebbe cambiato tra metà marzo e oggi?

Altro aspetto incoerente riguarda l’accelerazione effettiva degli acquisti di bond. Sappiamo che dalla fine di marzo al 9 aprile scorso, la BCE ha sfruttato il PEPP per altri 16,6 miliardi. Ok, il primo comprendeva i giorni festivi legati alla Pasqua, ma proiettando il dato sulle quattro settimane di aprile si arriverebbe a uno mensile inferiore alla media di questo primo anno di PEPP. Questo non significa che Francoforte non stia tenendo fede al proprio impegno, semmai che lo stia facendo in misura poco percettibile. Ci sono resistenze interne ad implementare tale decisione? Se sì, fino a quale punto si spingeranno?

Che la BCE non possa spingersi ad oltranza sugli acquisti di bond è un fatto assodato, ma anche che i governi dell’Eurozona ne abbiano bisogno. La ripresa dell’economia nell’area è stata rinviata alla seconda metà dell’anno, a causa della terza ondata dei contagi che sta tenendo attive le restrizioni anti-Covid e della lentezza con cui procedono le vaccinazioni nel Vecchio Continente. Più dura la crisi, più debito dovrà essere emesso per sostenere le categorie colpite dalla pandemia e per sopperire al minore gettito fiscale. Ma senza il pieno sostegno della BCE e con un Recovery Fund tutt’altro che prossimo al debutto, i governi del Sud Europa fronteggerebbero costi proibitivi sui mercati. Lo scenario peggiore sarebbe che arrivasse la reflazione prima della ripresa.

Fine o almeno riduzione degli acquisti di bond e tanto debito da emettere in balia della sola domanda privata.

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