C’è stato il terzo blackout nazionale a Cuba nella giornata di ieri degli ultimi 4 mesi. La rete elettrica è ormai completamente al collasso, vuoi per la vetustà degli impianti che per la carenza di energia per farli funzionare. Privata del petrolio di fatto importato gratis dal Venezuela, l’economia nell’isola cola a picco da mesi. E il presidente americano Donald Trump, che già l’aveva definita “in via di fallimento”, ha commentato gli ultimi avvenimenti sostenendo che potrebbe presto avere “l’onore di prenderla”. L’invasione non viene esclusa, anche se a prevalere sembra essere un’altra strategia: il regime change grazie alla trasformazione dell’economia.
Economia di Cuba al collasso: Trump preme sul regime
Cuba importava dal Venezuela una media di 35.000 barili al giorno fino al dicembre scorso, prima che la Marina USA sostasse nel Mar dei Caraibi e impedisse il transito delle petroliere dallo stato andino. Con la cattura di Nicolas Maduro a inizio gennaio c’è stato il decoupling definitivo tra i due stati. Le esportazioni petrolifere verso l’isola sono impedite dagli USA, che hanno a tal fine concesso una sola eccezione all’inizio dell’anno al Messico per ragioni umanitarie.
Washington chiede due cose: il rilascio dei prigionieri politici e l’apertura dell’economia al settore privato e agli investimenti stranieri. E nei giorni scorsi è arrivato un primo segnale. Il regime comunista ha liberato 51 prigionieri (ufficialmente non politici) in segno di “buona volontà” verso l’America con cui sta negoziando un accordo. E anche questa ufficializzazione per bocca del presidente Miguel Diaz-Canel segna una discontinuità con il passato. Finora L’Avana non aveva mai ammesso in pubblico di trattare con quello che considera un “nemico” e una potenza “imperialista”.
Regime change tramite l’economia
A fine febbraio, poi, dagli stessi USA era arrivata un’apertura inedita: sì alle esportazioni di petrolio americano a Cuba, purché i clienti siano soggetti privati. Qual è il senso di questa esenzione dall’embargo duro di questi mesi? Far fiorire il settore privato per trasformare l’economia di Cuba e alimentare dall’interno il regime change. E sempre ieri il vice primo ministro Oscar Pérez-Oliva Fraga ha fatto un altro annuncio di grande importanza: i cubani all’estero e i loro discendenti potranno investire nel settore privato e possedere attività nell’isola.
Dunque, l’isola si apre con estrema timidezza agli investimenti stranieri. Un primissimo passo, ma che segna la fine di una lunga era di chiusura al mondo. Agli USA non basterà. Chiedono che i capitali americani possano affluire in settori strategici come l’energia ed è con ogni probabilità su questo che si stanno portando avanti le trattative di queste settimane. La pressione sul regime cresce. A Moron, città sita nella parte centrale di Cuba, sono esplose proteste dinnanzi alla sede locale del Partito Comunista. Sono state subito represse dalla polizia, ma anche in alcuni quartieri della capitale la gente sta scendendo in strada con pentole e padelle vuote per gridare la propria esasperazione.
Senza luce, acqua e pochi viveri
Il blackout quotidiano e che dura anche 12-18 ore ininterrotte è solo la punta dell’iceberg. Se manca la luce, le pompe nei pozzi per portare l’acqua nelle case non funzionano. E, quindi, anche i rubinetti sono a secco. Di conseguenza, gli esercizi commerciali neanche aprono e la gente è a corto persino di beni di prima necessità. La raccolta dei rifiuti viene effettuata a singhiozzo e i cumuli dell’immondizia ai bordi delle strade diffondo odori nauseabondi e infezioni. L’isola è allo stremo. La guerra in Iran è stato un bruttissimo segnale per il suo regime, che ora teme attacchi americani.
Mentre l’economia a Cuba collassa, Trump sa di avere il coltello dalla parte del manico. Minaccia di farne “ciò che vuole” per costringere l’establishment comunista a negoziare senza fronzoli. Anche il mercato valutario segnala le grosse difficoltà della gente comune. Pensate che fino alla fine del 2020 bastavano 20 pesos per 1 dollaro, mentre oggi il tasso di cambio è schizzato a 485 pesos e nei giorni scorsi ha superato anche la soglia dei 500. Tradotto: svalutazione, inflazione alle stelle e miseria diffusa.

Trump accelera il collasso dell’economia a Cuba
Cosa ancora peggiore per una dittatura che persegue l’egualitarismo, è esplosa la distanza tra chi ha accesso ai dollari e chi no. I primi o ricevono le rimesse dei parenti emigrati all’estero o lavorano nel settore turistico. Quest’ultimo, però, è adesso fermo da mesi per il collasso degli arrivi e la chiusura degli alberghi a seguito dei blackout e della carenza di beni. La sua crisi contribuisce ad accelerare la caduta di un’economia a Cuba già in panne da diversi anni e che si reggeva in piedi solo grazie al petrolio di Maduro e al turismo. Trump ha azzerato entrambi.
giuseppe.timpone@investireoggi.it