Se il petrolio a 110-120 dollari al barile v’impressiona, sappiate che potrebbe arrivare a 180 dollari con la chiusura dello Stretto di Hormuz fino a fine aprile. Lo indicano i risultati di uno studio del King Faisal Center for Research and Islamic Studies, un centro studi saudita. E contrariamente a quanto possiamo immaginare, i funzionari del regno sono tutt’altro che contenti di questi dati. Umer Karim, analista geopolitico, spiega che per Riad la situazione ideale sarebbe quotazione moderatamente elevate, ma non tali da creare danni all’economia mondiale.
Stretto di Hormuz chiuso problema per Golfo
L’Arabia Saudita ha agito sempre come uno stabilizzatore del mercato negli ultimi decenni. Capeggiando informalmente l’OPEC, ne accresce la produzione quando i prezzi del petrolio salgono troppo e la abbassa quando scendono rapidamente.
La sua è una visione lungimirante, che risente anche della solida amicizia con l’Occidente a trazione USA. In fin dei conti, al fornitore interessa che il cliente paghi e resti in vita. Strangolarlo al punto di fargli chiudere l’attività si ritorce contro i suoi interessi.
La chiusura dello Stretto di Hormuz sta avendo un gigantesco impatto sull’economia mondiale, che rischia una recessione per carenza di energia con cui produrre beni ed erogare servizi. Lo stesso Golfo Persico sta pagandone il prezzo. Oltre al regno, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Iraq, Bahrein, Qatar e Oman stanno tutti fronteggiando un crollo verticale delle esportazioni di petrolio e gas. Riad sta riuscendo a fare meglio grazie al pipeline est-ovest, che attraversa il suo territorio e le consente di esportare buona parte dei carichi nel porto di Yanbu sul Mar Rosso.
Tuttavia, dei 7 milioni di barili al giorno esportati, a marzo è scesa a una media di 3,8 milioni.
Boomerang di lungo periodo
La recessione globale può diventare per il Golfo un problema di breve termine. La verità è che la chiusura dello Stretto di Hormuz può trasformarsi in un boomerang di lungo termine per l’area, Iran compreso. Questa non è la prima crisi energetica che il pianeta si trova ad affrontare. Ve ne furono due negli anni Settanta (1973 e 1979) ed entrambe scatenate da ragioni di geopolitica: la guerra dello Yom Kippur e la Rivoluzione Islamica rispettivamente. Le due guerre del Golfo nel 1991 e 2003 crearono qualche tensione, invece, ma non tali da provocare grosse conseguenze per l’economia.
Ciclicamente, il pianeta deve tirare il fiato per capire cosa succeda in quest’area del mondo in cui transita un quinto del greggio mondiale e un quarto del GNL. Dopo gli sventurati anni Settanta, l’Occidente si rese conto dell’importanza di trovare alternative alla dipendenza da essa. Grazie allo sviluppo tecnologico, i processi di produzione divennero più efficienti dal punto di vista dei consumi di energia. Al tempo, l’OPEC incideva per la metà dell’offerta globale, mentre oggi per un terzo. Complice il boom dello “shale” negli USA, il potere di ricatto degli stati del Golfo si è ridotto.
Mondo allenterà dipendenza dal petrolio?
La chiusura dello Stretto di Hormuz può accelerare l’adozione di fonti di energia alternative e l’efficientamento dei consumi di petrolio e gas. In altre parole, può spingere l’intero pianeta a programmare scientemente una riduzione progressiva della domanda di idrocarburi per non ritrovarsi più in condizioni simili a quelle di queste settimane. Per il Golfo, che prevede un picco per la domanda di petrolio entro il prossimo quindicennio, significherebbe fare i conti già da prima con un rallentamento delle esportazioni. E poiché i bilanci pubblici delle sue economie sono in grossa parte finanziati dalle entrate di petrolio e gas, ciò porterebbe ad uno scombussolamento macroeconomico complessivo.
L’Iran sta inconsapevolmente segando l’albero su cui sta seduto. Rischia di vincere la battaglia e di perdere la guerra. E a meno che non arrivi un “regime change”, per il momento non così probabile, gran parte del mondo chiederà conto a Teheran delle sue azioni illegittime ai danni di tutti gli stati non belligeranti. Non consentire l’attraversamento delle navi è contrario al tanto sbandierato diritto internazionale. Per il momento la Cina tifa di nascosto per gli islamisti in funzione anti-occidentale, ma se subirà anch’essa le dure conseguenze derivanti dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, davvero continuerà a fidarsi in un regime così destabilizzante e incontrollabile?
giuseppe.timpone@investireoggi.it