I Bund a 30 anni sono diventati generosi come mai dal 2011. I titoli di stato con la scadenza più lunga emessa in Germania offrivano ieri il 3,66% contro il 3,32% di fine febbraio, prima che partissero gli attacchi di USA e Israele contro l’Iran e che lo stretto di Hormuz fosse chiuso alla navigazione. Le aspettative d’inflazione da allora sono lievitate in tutto il mondo, più che compensando la ricerca di sicurezza tra gli investitori. A pagare è stato, particolarmente, il mercato obbligazionario.
Bund giù con risalita inflazione
Il Bund a 30 anni “benchmark” è attualmente la scadenza del 15 agosto 2056 con cedola 2,90% (ISIN: DE000BU2D012).
La sua quotazione sul mercato secondario scendeva sotto 87 centesimi nella seduta di ieri, indebolita dallo stallo nel negoziato tra USA e Iran. Era di 91,66 centesimi a fine febbraio, avendo perso da allora oltre il 5%. Con un rendimento di questo livello, anche l’investitore italiano può farsi venire voglia di acquistare. All’apice dei rendimenti europei nell’autunno del 2023, il trentennale tedesco offrì mezzo punto percentuale in meno di ora.
Come mai questa differenza, se al tempo la Banca Centrale Europea aveva portato i tassi di interesse fino al 4% e oggi li tiene al 2%? I rendimenti lunghi non riflettono pedissequamente né le aspettative d’inflazione, né la politica monetaria. Prova ne è che i rendimenti a 2 anni in Germania erano saliti fino al 3,30% nel 2023 e oggi già superano il 2,70%. Dall’inizio della guerra in Iran, il tratto medio-breve della curva tedesca è salito dello 0,75%, quello decennale di circa mezzo punto percentuale e quello ultra-lungo di un terzo di punto percentuale.
Alta duration scommessa speculativa
Con un Bund a 30 anni così generoso, l’inflazione verrebbe coperta anche nel caso di ripresa sostenuta nei prossimi mesi. In Germania, era al 2,9% in aprile e in Italia al 2,7%. Non meno importante il ruolo speculativo di questo titolo in portafoglio. Oltre a garantire sicurezza contro i rischi di credito nel medio-lungo termine, offrirebbe prospettive interessanti in termini di prezzo. A meno di 87 centesimi, lo si comprerebbe a sconto del 13% rispetto al suo valore nominale. E con una “duration” modificata di 18,41 anni, basterebbe tornare ai livelli di rendimento pre-bellici per una risalita della quotazione di oltre il 6%.
Anche se non riuscissimo a rivendere entro pochi mesi o qualche anno a prezzi almeno pari a quelli di acquisto, nel frattempo incasseremmo una cedola netta effettiva sopra il 2,90%. Essa è data dal rapporto tra cedola nominale netta e prezzo di acquisto. Pur dovendo scontare ancora un’imposta di bollo dello 0,20%, difficile immaginare che l’inflazione di medio-lungo periodo sia in Italia (dove l’ipotetico investitore risiederebbe) pari o superiore a tale livello. Se su Hormuz USA e Iran trovassero un accordo in tempi brevi, le quotazioni di petrolio e gas scenderebbero e le aspettative stesse d’inflazione nel giro di qualche mese si “raffredderebbero”, sostenendo una ripresa dei prezzi per i bond a lungo termine.
Possibile paradosso con rialzo dei tassi BCE
La stretta monetaria della Banca Centrale Europea (BCE) è già insita nei prezzi obbligazionari.
E nel momento in cui fosse varata, potrebbe verificarsi l’effetto apparentemente paradossale di assistere ad un calo dei rendimenti lunghi. Ciò sarebbe la conseguenza di aspettative d’inflazione calmierate dal rialzo dei tassi. Viceversa, c’è il rischio che se l’istituto non intervenisse o intervenisse troppo tardi sui tassi, il mercato prezzi rendimenti a lungo termine ancora più alti per scontare un’inflazione incontrastata.
Facendo un riepilogo, a chi si addice un investimento nei Bund a 30 anni? Ad investitori con propensione al rischio medio-alta e che possano privarsi anche per un periodo prolungato della liquidità impiegata nell’operazione. Per quanto il rischio inflazione non vada mai sottostimato, non dimentichiamo che la BCE ad oggi adotta un target del 2%, ragione per cui è tenuta a contenere la crescita dei prezzi entro tale limite per il medio-lungo periodo. E questo significa, almeno in teoria, due cose: stretta sui tassi con possibile impatto favorevole sul tratto lungo e cedola netta effettiva tendenzialmente positiva in termini reali.
giuseppe.timpone@investireoggi.it