Tra i 5 miliardi di euro che il Tesoro raccoglierà in asta, martedì 27 gennaio, ci sono anche due titoli di stato indicizzati all’inflazione dell’Eurozona. Trattasi della nona tranche del BTp-i 15 agosto 2031 con cedola reale 1,10% (ISIN: IT0005657348) e della seconda tranche del BTp-i 15 maggio 2056 con cedola reale 2,55% (ISIN: IT0005647273). Per entrambe è stata fissata una forchetta compresa tra 0,75 e 1 miliardo di euro.
BTp-i 2031, dati salienti
Questo genere di titoli offre rendimenti al netto dell’inflazione media dell’Eurozona, captata dall’indice HICP dell’Eurostat. Consente, quindi, di tutelarsi dal rischio carovita nell’unione monetaria e lungo diverse scadenze. Nel caso specifico, abbiamo il BTp-i a 5 anni e quello a 30 anni. Il primo si acquistava a 100,55 sul mercato secondario, venerdì scorso. In pratica, l’investitore doveva pagare poco più del valore nominale del bond.
Tenuto conto della cedola (al netto dell’inflazione), esso offriva un rendimento reale attorno all’1%.
A questo punto, dobbiamo confrontare questo rendimento con quello nominale offerto dal BTp con scadenza simile e cedola fissa. Il secondo era al 2,92%. La differenza tra 1,90 e 1,95% corrisponde al tasso d’inflazione medio annuo che il mercato si attende per l’intera durata del bond indicizzato. Questo significa che le aspettative d’inflazione siano inferiori al target del 2% fissato dalla Banca Centrale Europea. Dunque, gli obbligazionisti non scontano alcun rischio concreto di instabilità dei prezzi al consumo nell’area.
BTp-i 2056, segnali a lunghissimo termine
Per quanto riguarda il BTp-i 2056, si acquistava nell’ultima seduta a circa 103,10, cioè a prezzi nettamente superiori alla pari. Il rendimento reale che ne scaturiva era del 2,37%, circa il 2% più basso del 4,39% offerto dal BTp 2055 (la nostra scadenza a 30 anni con cedola fissa). In questo caso, le aspettative d’inflazione nel lunghissimo periodo coincidono con il target di Francoforte.
E per quanto siano più alte che in passato, risultano perfettamente in linea con l’obiettivo perseguito dall’istituto centrale. Nessun rischio di instabilità dei prezzi al consumo neppure da qui ai prossimi tre decenni.
Il segnale che arriva dai BTp-i 2031 e 2056 è rassicurante. Ciò non implica che il mercato abbia necessariamente ragione. Può accadere che sottostimi i rischi o che, naturalmente, non riesca a prevedere eventi di natura extra-economica come guerre e tensioni internazionali. Fu così anche con la pandemia e negli anni successivi. L’obbligazionario non dava segni di nervosismo, eppure implose drammaticamente in pochi mesi con l’inattesa esplosione dell’inflazione e il conseguente rialzo dei tassi di interesse.
Rivalutazione a scadenza, occhio al sovrapprezzo
I BTp-i 2031 e 2056 andrebbero inseriti in portafoglio per mettersi al riparo dal rischio carovita. Tra riarmo, debiti in aumento e geopolitica confusa in veloce transizione non sarebbe saggio affidarsi alle sole metriche del passato. Dobbiamo precisare, infine, che la rivalutazione del capitale in base all’inflazione per questi bond avverrà solo alle rispettive scadenze. Un dato che li differenzia dai BTp Italia e che rende necessario adeguare i prezzi di acquisto sul mercato secondario per tenere conto della rivalutazione maturata dal venditore. Per questo alla data di regolamento delle sottoscrizioni in asta, fissata per giovedì 29 gennaio, l’investitore dovrà versare al Tesoro un sovrapprezzo dello 0,512% per il primo e del 2,06% per il secondo.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
