Dal 2000 il tuo quotidiano indipendente su Economia, Mercati, Fisco e Pensioni
Oggi: 17 Feb, 2026

Pensioni da restituire, non sempre l’INPS ha ragione, ecco quando il pensionato si salva

Chi sbaglia paga e deve restituire le pensioni all'INPS anche per pochi euro di reddito aggiuntivo, ma adesso le cose cambiano.
3 settimane fa
3 minuti di lettura
pensioni da restituire
Foto © Pixabay

Ci sono casi assai particolari in cui l’INPS può arrivare a chiedere ad un pensionato la restituzione dell’intera sua pensione percepita. Casi particolari dicevamo, collegati ad un divieto a cui molti pensionati devono attenersi e di cui molti pensionati sottovalutano gli effetti. Parliamo del divieto di cumulare i redditi da lavoro con i redditi da pensione. Per alcune misure di pensionamento anticipato infatti questo divieto va seguito alla lettera. Parliamo di pensioni anticipate in deroga ai requisiti ordinari. Come lo sono state le vecchie quota 100, quota 102, quota 103 e come da un paio di anni funziona l’Ape sociale.

Un divieto che se disatteso può portare a pesanti conseguenze. L’INPS può bloccare la pensione passando ad una sorta di sanzione con addebito. Significa che il pensionato può essere costretto a dover restituire tutte le pensioni che ha percepito nei mesi precedenti. Un salasso autentico su cui però ultimamente alcuni giudici hanno messo un freno. Pensioni da restituire ok, ma non sempre l’INPS ha ragione. Soprattutto quando chiede indietro cifre sproporzionate rispetto all’inadempienza del pensionato.

Pensioni da restituire, non sempre l’INPS ha ragione, ecco quando il pensionato si salva

I casi di cronaca sono pieni di situazioni al limite del paradossale. Ci sono pensioni bloccate per l’inosservanza del divieto di cumulare i redditi di una determinata misura pensionistica con dei redditi da lavoro. Come detto prima, questo divieto vale per chi ha anticipato la pensione con la quota 100, di chi lo ha fatto con la successiva quota 102 e di chi lo ha fatto ancora con l’ultima quota 103.

Ma vale anche per i neopensionati dell’Ape sociale, cioè quanti sono andati in pensione con questa misura nel 2025 o che lo faranno nel 2026.

Casi di cronaca dicevamo, come quelli della comparsa in un film che per 70 euro ha dovuto dare indietro diverse migliaia di euro di pensione percepite nei mesi precedenti la comparsata cinematografica a pagamento.

Oppure come quelli del povero pensionato di quota 100 che è stato assunto per due giorni dal genero venditore ambulante delle feste patronali e per colpa di due giorni di lavoro ha finito con il subire la stessa sorte.

Oggi però i casi di cronaca si aggiornano con sentenze dei giudici che hanno dichiaratamente messo all’angolo l’INPS salvaguardando l’inadempiente pensionato. Soprattutto quando la richiesta di restituzione delle somme indebite da parte dell’INPS è nettamente fuori proporzione rispetto all’utile che il pensionato ha ricavato da un piccolo lavoro che ha svolto dopo essere andato in pensione.

Il divieto di cumulo dei redditi da lavoro con quelli di pensione e cosa comporta

Se un pensionato che è andato in anticipo a riposo con la quota 100, trova un lavoro da cui ricava un reddito di un certo livello, allora la pretesa dell’INPS che vuole tutti i mesi di pensione percepiti durante l’anno in cui il pensionato ha trovato nuovo lavoro, può essere ammissibile a tutti i livelli.

Ma se come dicevamo, il pensionato incassa 70 euro per il ruolo di comparsa, o se lo stesso viene assunto per due o tre giorni da un suo familiare, ciò che chiede l’INPS è smisurato. Fuori proporzione come detto prima, e quindi i giudici iniziano ad orientarsi in questa direzione.

Pensioni da restituire, ma non devono essere sproporzionate rispetto al redito da lavoro maturato

Un recente caso che proviene dall’Emilia Romagna e di cui hanno dato ampio risalto molte agenzie di stampa e molti media locali, rappresenta meglio ciò di cui parliamo.

Un pensionato di quota 100, con 180 euro di utile da un lavoretto successivo si è visto recapitare dall’INPS la richiesta di restituire 20.000 euro. Dopo essere andato in pensione nel 2019, questo pensionato ha lavorato 3 giorni nel 2020 come bracciante agricolo. E per questo che l’INPS gli ha chiesto indietro tutte le pensioni prese nel 2020.

I giudici però hanno limitato i danni per quel pensionato. Infatti, pur ammettendo le colpe del pensionato, che in effetti ha disatteso una regola ferrea che nemmeno i giudici possono cambiare, hanno considerato la sproporzione di quanto voleva indietro l’INPS.

Condannando il pensionato a dover restituire due mesi di trattamento ma non tutta l’annualità di pensione. In pratica, solo i mesi dove il pensionato ha svolto quella determinata attività lavorativa di bracciante. Dal momento che a seguito di questa situazione al pensionato sono state bloccate anche le pensioni di novembre e dicembre dell’anno 2020, il giudice ha condannato l’INPS a rimettere in pagamento quei ratei.

Giacomo Mazzarella

In Investireoggi dal 2022 è una firma fissa nella sezione Fisco del giornale, con guide, approfondimenti e risposte ai quesiti dei lettori.
Operatore di Patronato e CAF, esperto di pensioni, lavoro e fisco.
Appassionato di scrittura unisce il lavoro nel suo studio professionale con le collaborazioni con diverse testate e siti.

pensione inps
Articolo precedente

Pensioni da 1.229 euro al mese nel 2025, ecco i numeri dell’INPS

Nuove tranche in asta dei BTp-i 2031 e 2056
Articolo seguente

BTp-i 2031 e 2056 in asta: cosa dicono sull’inflazione europea