Umberto Bossi è morto giovedì 19 marzo nella sua Varese, che è stata per decenni una seconda capitale “de facto” per la politica italiana. Figura politica estremamente divisiva, molti in questi giorni lo stanno commemorando e rimpiangendo e non necessariamente solo tra elettori e dirigenti dell’ormai ex Lega Nord. Molti altri ne ricordano gli slogan contro il Sud e l’Unità d’Italia. Fatto sta che il “senatur” non può essere ridotto a macchietta da nessuna delle due parti. Il suo ruolo è stato prezioso in una fase assai delicata della storia nazionale.
Bossi voce del Nord
Per capire chi fu Bossi, bisogna capire cosa volle rappresentare.
Egli fu a tutti gli effetti la “voce del Nord” per almeno un quarto di secolo. E forse in pochi capiranno con gli occhi di oggi. Dalla nascita della Repubblica i numerosi governi che si succedettero, riservarono a parole grande attenzione alla “questione meridionale” senza mai risolverla nei fatti. Tuttavia, una quantità di denaro infinita venne inviata alla disciolta Cassa del Mezzogiorno con l’obiettivo di industrializzare il Paese da Roma in giù. Obiettivo fallito. Sorsero sprechi, corruzione diffusa e assistenzialismo con conseguenze devastanti per la mentalità di milioni di famiglie.
Il Nord tirava la carretta, mentre ai suoi operai e impiegati veniva prelevata in busta paga ogni mese una percentuale da spedire al Sud. Il malcontento sarebbe esploso sul finire degli anni Ottanta, quando ormai il debito pubblico cresceva minaccioso e l’economia iniziava a segnalare di essere arrivata al capolinea. Fu in quegli anni che Bossi decise di dare voce a quel malcontento nel Nord laborioso per rappresentarlo all’infuori dei grandi partiti nazionali.
Mise assieme le leghe regionali per presentare una lista unitaria. Operazione al tempo considerata quasi ridicola. Non c’era vita all’esterno di Dc, Psi, Pci e gli altri partiti minori. I grandi portatori di interessi erano tutti strettamente legati a queste formazioni “romano-centriche”.
Exploit elettorale nel ’92
Bossi capì prima di tutti che le istituzioni stavano per collassare. Nel 1991 fondò la Lega Nord, che alle elezioni politiche del 1992 ottenne 3,4 milioni di voti e 55 seggi alla Camera (più 25 al Senato) con circa l’8,5% dei consensi. Il suo divenne il quarto partito “nazionale”, mentre la Dc per la prima volta scendeva sotto la soglia del 30% e il Pci non si presentò più con nome e simboli storici. Le inchieste di Mani Pulite nei mesi successivi avrebbero travolto la Prima Repubblica. I leghisti, che sembrarono agli esordi un gruppo di allegri gitanti scesi a Roma per suonarle alla classe politica senza avere lo “standing” necessario per sedere nelle istituzioni, uscirono trionfanti da quel periodo.
Al governo con Berlusconi
Poi venne il 1994 e la discesa in campo di Silvio Berlusconi con un’altra sua idea sgangherata di mettere in piedi una coalizione di centro-destra. La sua Forza Italia si alleò al Nord con la Lega di Bossi e al Sud con il Movimento Sociale Italiano di Gianfranco Fini, quest’ultima una formazione post-fascista.
Contro ogni pronostico, vinse e il “senatur” subito mise in chiaro che il governo non sarebbe stato un “berluskaiser”. Parola mantenuta. Nel dicembre dello stesso anno, tolse la fiducia all’esecutivo sulla riforma delle pensioni e diede vita al governo tecnico con Lamberto Dini – già ministro delle Finanze – presidente del Consiglio, insieme al centro-sinistra.
Indipendenza della Padania e flirt a sinistra
La Lega Nord visse l’apice dei consensi in questa fase. Alle successive elezioni del ’96 si presentò da sola e conquistò la doppia cifra, facendo perdere l’ex alleato Berlusconi. Massimo D’Alema, esponente di primo piano del Pds (ex Pci), ministro degli Esteri e futuro presidente del Consiglio, lo avrebbe definito successivamente “costola della sinistra”. Fu il 15 settembre del 1996 che Bossi diede vita al suo capolavoro d’immagine, quando a Venezia dichiarò “l’indipendenza della Padania”. Il suo Nord voleva la secessione da “Roma ladrona”, accusata di drenare risorse da lavoratori e imprese per autosostentare le sue istituzioni fallimentari.
Ritorno definitivo nel centro-destra
Da lì in avanti Bossi si riavvicinò al centro-destra di Berlusoni, restandoci definitivamente. Al governo tra il 2001 e il 2006 e poi tra il 2008 e il 2011, agì da pungolo per ribadire la centralità del Nord e per questo spesso entrando in contrasto con gli alleati, specie Alleanza Nazionale, l’ex Msi di Fini. Un ictus lo colpì nel 2004 e da quel momento la sua incisività perse colpi, mentre la leadership del partito nei fatti venne esercitata per anni da Roberto Maroni e Roberto Calderoli, pur senza la capacità di presa del capo. Le dimissioni da segretario arriveranno nel 2012 a seguito di uno scandalo per la distrazione di fondi del partito a favore della famiglia. Da quel momento per Bossi ci furono solo amarezza e incomprensioni con il nuovo leader Matteo Salvini, che trasformò la Lega in un soggetto nazionale con espansione di voti al Sud.
Figura essenziale in fase delicata
Perché Bossi fu importante per la vita politica italiana? Egli diede voce a quel Nord che non si sentiva più rappresentato da istituzioni occupate solo alla spartizione di potere.
E con il collasso della Prima Repubblica sarebbe potuto accadere di peggio all’Italia se quelle istanze fossero state portate avanti da soggetti extra-politici e magari con pulsioni marcatamente autoritarie. Tutto sommato, tra un’ampolla sul Po e un “Va Pensiero” a Pontida, il senatur riuscì a tenere il malcontento nell’alveo del dibattito istituzionale, pur da posizioni all’apparenza contrarie alla Costituzione.
E’ molto probabile che Bossi non abbia mai creduto in cuor suo alla secessione, ma quell’ambizione estrema sbandierata in faccia ai “ladroni di Roma” ebbe il merito di attirare l’attenzione su un problema ancora irrisolto. L’Italia è una sul piano dell’assetto istituzionale, ma duale sul piano economico. Non esiste altra grande economia avanzata ad avere un dualismo così marcato da così tanto tempo. Persino la Germania è riuscita a portare avanti una maggiore convergenza economica tra l’ex DDR e l’Ovest dopo la riunificazione del ’90. Bossi ha messo il dito nella piaga, additando nella corruzione e nella mentalità assistenzialistica i mali non già solo del Sud, bensì di un modo della politica nazionale di intendere la coesistenza tra cittadini e territori.
Ragioni del Nord non scompaiono con Bossi
Il declino della sua leadership si deve certamente alla malattia e ai casi giudiziari, ma anche il corso della storia ha agito in tal senso. Le decisioni che contano non si prendono più da un pezzo a Roma, bensì a Bruxelles. Ecco spiegato in gran parte perché la sua Lega abbia smesso di puntare il dito contro Roma, spostando l’obiettivo sulle istituzioni comunitarie. Ma Bossi desiderava che le istanze nordiste del partito restassero intatte. Per questo non accettò il corso salviniano e la sua linea “sovranista”. Quel popolo che affollava i prati a Pontida per ascoltare ogni anno i suoi discorsi è cambiato in gran parte profondamente. Ha smesso di credere nell’indipendenza, ma pretende ancora che le parole d’ordine su tasse, burocrazia e sicurezza vengano portate avanti. Il Nord non è scomparso con Bossi ed è il vuoto di rappresentanza che dobbiamo temere più di ogni cosa.
giuseppe.timpone@investireoggi.it