25%, 50%, 100% e 200%. Non stiamo citando numeri raddoppiati a caso. Sono i nuovi dazi annunciati dall’amministrazione Trump sulle importazioni degli USA rispettivamente da Brasile, Canada e farmaci generici dal resto del mondo. E tutto questo con lo Stretto di Hormuz richiuso a tempo indeterminato, con le quotazioni del petrolio di nuovo vicine ai 100 dollari al barile. Un caos totale, che rischia di devastare l’economia globale dopo la relativa resilienza mostrata nei mesi passati.
Dazi USA, nuovo round
Per il momento è il Canada a pagare lo scotto peggiore. Gli USA imporranno dazi al 50% sulle loro esportazioni non petrolifere. Il problema è che non si capisce la ragione alla base di questo annuncio.
Al G7 in Francia a giugno non c’era stato alcun cenno riguardo a possibili nuove ritorsioni commerciali. Questo è il principale dramma della politica attuale: nessuno può azzardarsi ad affermare di avere capito le intenzioni dell’uomo più potente sulla Terra anche dopo averci parlato un minuto prima.
Tutto ebbe inizio ufficialmente il 2 aprile del 2025. Fu il “Liberation Day”, che il presidente Donald Trump rivendicò per ridare fiato alla manifattura USA con l’annuncio di dazi verso tutti. Le tariffe sarebbero state rinegoziate nei mesi successivi con accordi bilaterali. Ma a febbraio di quest’anno, la Corte Suprema bocciava le modalità con cui erano state introdotte legalmente. L’abuso dei poteri presidenziali veniva così sanzionato con la cancellazione e il diritto agli indennizzi concesso alle società esportatrici.
Logica del negoziato continuo
A quel punto, Trump si vedeva costretto a rimpiazzare i dazi con altri al 10% seguendo l’iter legale ordinario, ma della durata massima di 5 mesi.
Arriveranno a scadenza domani. Poiché il tycoon non vuole soccombere sulla sua più grande promessa elettorale e alla vigilia del rinnovo del Congresso a novembre, ecco arrivare la nuova ed ennesima sfilza di dazi. Seguiranno quasi certamente ulteriori trattative con i governi stranieri per giungere ad accordi più equilibrati.
Tutto nel mondo trumpiano rientra nella negoziazione. E fin qui non sarebbe neppure una novità. Al di là delle parole e facce di circostanza, la politica è negoziazione, pur dietro le quinte per il 90% della sostanza. Ma con Trump siamo arrivati al parossismo delle trattative senza soluzione di continuità. Tu pensi di avere firmato nero su bianco un accordo stabile e dopo pochi minuti leggi sui social che la controparte ci ripensa e manda tutto all’aria. Riprendi il telefono, contatti la Casa Bianca e inizi un nuovo iter negoziale per salvare il salvabile. E così via all’infinito.
Svanite certezze su commerci e alleanze
Già il modus operandi è terrificante, figuriamoci se viene adottato dalla prima economia mondiale e unica superpotenza. Non esistono più punti di riferimento, certezze sui commerci e persino sulle alleanze geopolitiche. Gli USA con i dazi stanno picconando non soltanto la globalizzazione con le sue possibili storture, ma anche il senso della stabilità nelle relazioni internazionali. L’Unione Europea sarà costretta ad avviare una nuova trattativa con Washington per non subire ulteriori aumenti tariffari. Dopo avere promesso l’acquisto di gas, petrolio e armi, ha ugualmente subito un aggravio tariffario e ancora non basta a soddisfare Trump.
A questo punto, ha senso trattare? Questa domanda se la pongono presso tutte le cancellerie, indipendentemente dalla vicinanza o meno alla Casa Bianca. Se il trattamento riservato ad alleati e nemici è perfettamente uguale, di cosa dovremmo discutere? Trump è indifferente agli accordi su carta, mostrandosi molto più incline a negoziare “alla pari” con leader forti, ossia capaci di gestire eserciti, armi e contesti geopolitici complicati. Tutto il resto non gli importa. I dazi diventano un’arma negoziale per cercare di ottenere di volta in volta dalla controparte il massimo risultato possibile.
Dazi boomerang per USA
C’è una differenza rispetto a un anno fa. Non soltanto allora si era tutti un po’ più “freschi” e convinti che un accordo sarebbe stato per sempre. Fino ad allora, gli USA perlomeno non avevano aperto una guerra con l’Iran senza neppure avvisarci e mettendoci nei guai dal punto di vista economico ed energetico. Adesso, ci chiedono di rinegoziare i dazi in una situazione di estrema avversione dell’opinione pubblica europea verso la Casa Bianca. Trump ha perso credito persino tra i suoi stessi alleati, come segnalano gli attacchi scomposti e irrituali a leader come Giorgia Meloni. Sarà per tutti molto più complicato spiegare ai cittadini che dovranno intavolare ennesime trattative sullo stesso tema.
Gli stessi collaboratori di Trump questa volta non ci stanno del tutto. Sono consapevoli che i dazi fanno male all’economia USA, già alle prese con l’alta inflazione. E iniziano a comprendere che la logica della negoziazione continua verso tutti alla fine può rivelarsi un boomerang. Nessuno ha realmente convenienza a trattare, sapendo che al massimo dopo qualche mese tutto sarebbe rimesso in discussione. L’unico risultato che questi annunci rischiano di ottenere è la destabilizzazione dei mercati per l’esplosione dell’incertezza globale. Soprattutto, il governo americano si appresta ad aprire una nuova guerra commerciale senza avere chiuso quella militare con l’Iran.
E combattere su due fronti contemporaneamente è il modo più sicuro di perdere. Persino per la superpotenza.
giuseppe.timpone@investireoggi.it



