E se fossimo nel mezzo di un cambio di paradigma senza che ce ne stessimo accorgendo del tutto? Per decenni siamo stati abituati a quella che gli economisti definivano “deflazione tecnologica”. Un’espressione efficace e semplice da capire: la tecnologia faceva scendere i prezzi di beni e servizi. Al suo posto starebbe prendendo piede la cosiddetta “chipflation”. E la cosa può sparigliare le carte più di quanto immaginiamo.
Chipflation pone fine a deflazione tecnologica
Guardiamo al grafico di sotto dell’inflazione americana. Il trend è stato calante dai primi anni Ottanta fino alla pandemia. Lo stesso dicasi per il resto delle grandi economie sviluppate. Quattro decenni, che hanno coinciso con il calo dei rendimenti obbligazionari. Tutto si teneva: l’inflazione bassa spingeva il mercato a pretendere rendimenti altrettanto bassi.
L’invecchiamento della popolazione era considerato un ulteriore fattore di pressione ribassista sui prezzi al consumo: poiché le persone anziane consumano di meno e risparmiano di più, una società che invecchia avrebbe portato inevitabilmente a prezzi stabili o persino calanti e rendimenti azzerati.
La deflazione tecnologica era stata un pilastro dell’economia fino al Covid. La tecnologia consentiva di incrementare la produttività, che sta a fondamento del calo dei prezzi. E nel frattempo, gli stipendi dei lavoratori potevano continuare a crescere in termini reali senza gravare sui prezzi di vendita. Non è un caso che si parlasse di “goldilocks” fino a pochi anni fa, cioè una condizione ottimale per l’economia, caratterizzata da crescita e bassa inflazione.
Boom di semiconduttori
Con la chipflation le cose starebbero cambiando. La corsa all’Intelligenza Artificiale sta generando un boom spettacolare per la domanda di semiconduttori. Prova ne sono i prezzi dei titoli in borsa delle società produttrici: +875% in 5 anni per NVIDIA a una capitalizzazione di oltre 4.700 miliardi di dollari (ma era arrivata a superare i 5.500 miliardi), +460% nell’ultimo anno per Samsung fino a più di 1.300 miliardi di dollari, +808% SK Hynix sempre nell’ultimo anno, +310% in 5 anni per TSMC a 2.000 miliardi. L’intera Borsa di Corea è entrata nella top ten mondiale di recente grazie al boom IA dopo decenni di performance deludente.

La domanda dei semiconduttori si caratterizza per la sua esplosività, mentre l’offerta è più rigida. La produzione è in mano a pochi soggetti globali, tra cui spicca da tempo la taiwanese TMSC per la fascia alta. Ci sono barriere all’ingresso molto elevate per coloro che volessero entrare su questo ricco mercato. Anzitutto, il know-how si acquisisce in anni e anni di esperienza e disponendo di personale altamente qualificato e costantemente aggiornato sul campo. E poi servono investimenti molto cospicui, che possono arrivare anche a 20-30 miliardi di dollari per un nuovo stabilimento.
IA leva strategica
Alta domanda e offerta rigida non possono che provocare il più classico aumento dei prezzi. In condizioni di oligopolio i produttori non hanno neppure convenienza a soddisfare l’intera domanda del mercato. Essi possono guadagnare di più producendo di meno, cioè anche sostenendo minori costi. La geopolitica gioca un ruolo estremamente importante. Lo ha capito l’America, che da tempo sta ingaggiando una vera “guerra” commerciale con la Cina proprio su questo terreno.
Pechino dispone delle materie prime essenziali per produrre i chip e usa questo suo vantaggio come leva strategica, tra l’altro limitandone a più riprese le esportazioni o anche solo minacciando di farlo.
Il vantaggio degli Stati Uniti consiste nell’abbondanza dei capitali e delle conoscenze accumulate dalle sue multinazionali. In mezzo c’è l’Europa, rimasta ostaggio della “old economy” e incapace di reinventarsi. Il ritardo sull’IA sta diventando motivo di grossa preoccupazione tra gli economisti più avveduti. Rischiamo di essere tagliati fuori dalla crescita economica per i prossimi decenni.
Energia rincara
In cosa consiste di preciso la chipflation? Nell’aumento dei costi di produzione, ergo anche dei prezzi alla vendita, di tutti i prodotti che contengono semiconduttori. Che si tratti di dispositivi elettronici, schede di memoria, auto, elettrodomestici, ecc., i rincari sono diventati ben visibili ai consumatori. Non sentite quest’aria di forte malcontento in tutto l’Occidente? E’ la reazione delle famiglie alla perdita della capacità di acquisto. Gli stipendi hanno smesso di tenere il passo con l’inflazione e c’è la sensazione di non potersi più permettere di cambiare l’auto o di passare a un modello più avanzato di PC, smartphone, ecc. Anzi, in molti casi si spende di più senza neppure un upgrade.
Come se non bastasse, la chipflation genera un aumento del costo dell’energia. I data center sono attività energivore, che fanno aumentare drasticamente i consumi di energia e di conseguenza i prezzi per la generalità dei consumatori. Negli Stati Uniti, dove si concentra gran parte della produzione globale di chip, già si notano le prime proteste. L’amministrazione Trump, che di certo non è nemica della Silicon Valley, ha nei mesi scorsi riunito i suoi big per chiedere loro di compartecipare ai costi delle bollette. In Europa, dove prevale l’approccio ostile, i governi o le amministrazioni locali stanno perlopiù puntando sull’aumento di imposte o di incombenze burocratiche a carico dei costruttori di data center.
Chipflation tra tensioni gepolitiche e malcontento sociale
L’essere passati dalla deflazione tecnologica ad una situazione perlomeno di assenza di vantaggi economici sta già portando a uno scombussolamento geopolitico ed economico. L’inflazione ha smesso di scendere e inizia a ristagnare su livelli che non si vedevano da decenni. Le tensioni tra stati si spiegano anche in base a questo dato: l’Occidente si sta rendendo conto di essere svantaggiato rispetto all’Asia e che al suo interno possono generarsi diseguaglianze così forti da destabilizzare lo status quo politico-istituzionale.
Lo stesso debito pubblico costa di più, perché il mercato ha mangiato la foglia e crede che in futuro ci sarà un aumento dei prezzi medio più alto che in passato. Questo complica i piani di chi aveva calciato il barattolo sul marciapiedi puntando sulla leva fiscale per sostenere la crescita e accontentare gli appetiti elettorali. E’ finito un lungo ciclo con la chipflation ed è questo il motivo per cui i governi, con pochissime eccezioni, tendono ad odiare in questa fase l’IA. Neppure la Rivoluzione Industriale fu popolare nel XVIII secolo. L’invenzione della macchina a vapore fu maledetta da milioni di persone, perché pose fine alla vecchia economia rurale e a secoli di cristallizzazione sociale.
giuseppe.timpone@investireoggi.it