E anche Keir Starmer lascia Downing Street, lasciando il posto al collega di partito e neodeputato Andy Burnham, sindaco di Greater Manchester e che sarà, salvo sorprese, il settimo primo ministro in dieci anni. I commentatori stranieri stanno associando in queste ore la cronica crisi politica UK alla Brexit, volendo dimostrare come il divorzio con l’Unione Europea abbia portato male a Londra. Ma si tratta di una semplificazione senza fondamenta, la classica confusione tra causa e conseguenza.
Crisi UK e Brexit
Esattamente dieci anni fa, il 23 giugno del 2016, si celebrò il referendum consultivo sulla Brexit e che esitò la vittoria con il 52% dei Leave, i sostenitori dell’addio all’UE.
Il primo ministro conservatore in carica David Cameron, che aveva fatto campagna per il Remain, uscito sconfitto dal voto si dimise. Gli sarebbe succeduto Theresa May, rimasta in carica fino all’estate del 2019. Dopodiché, sarebbe arrivato il vulcanico Boris Johnson, trafitto nel 2022 dalle inchieste sul Covid.
Giusto il tempo di organizzare i funerali di Sua Maestà Elisabetta II e anche Liz Truss avrebbe lasciato dopo avere guidato il governo più breve della storia britannica. La sua colpa fu di scatenare una crisi finanziaria presentando un maxi-taglio delle tasse in deficit. E dopo di lei un altro conservatore, il primo di origini indiane e non bianco: Rishi Sunak. Mai popolare, rimase in carica fino al luglio del 2024, quando alle elezioni generali fu travolto dalla valanga laburista di Starmer. Contrariamente alle previsioni, però, il successo di quest’ultimo sarebbe stato effimero, al punto che i guai politici iniziarono sin dal primo giorno dalla nomina a primo ministro.
Fine del bipartitismo Tories-Labour
La crisi politica UK di questo decennio è stata così profonda da essersi rivelata peggiore della classica instabilità italiana. Da noi, abituati a governi di breve durata, ci sono stati “solo” cinque presidenti del Consiglio. Il problema a Londra è più grave di quanto sembri. La storica alternativa tra Tories e Labour è venuta già meno alle elezioni amministrative, di recente stravinte dal Reform UK di Nigel Farage. Tutti i sondaggi segnalano che vincerebbe anche le elezioni generali con circa un terzo dei consensi. Il bipartitismo tradizionale raccoglierebbe nel complesso un altro terzo, mentre a sinistra si stanno affermando anche LibDem e Verdi.
Dal bipartitismo al pentapartitismo. Una polverizzazione del consenso, che non ha nulla a che vedere con la Brexit, non nel senso di un legame di causa-effetto. Chi spiega che è stato il divorzio dall’UE ad avere generato il caos a Londra, racconta una verità molto parziale e che, semmai, spiegherebbe l’iniziale instabilità di governo. La verità è più scomoda per tutti: la Brexit fu il risultato di tensioni latenti nella società britannica. Un altro referendum, sull’indipendenza della Scozia, aveva scosso meno di due anni prima il Regno Unito. La secessione fu evitata, ma il segnale arrivato a Londra fu grave: gli elettori hanno perso fiducia nelle istituzioni.
Crisi finanziaria punto di non ritorno
Qual è stato il punto di non ritorno? La crisi finanziaria del 2008.
In quell’anno, il Regno Unito dovette imbarcarsi in una serie di nazionalizzazioni di banche con annessi costi a carico dei contribuenti. Il debito pubblico, che nel 2007 era al 41,50% del Pil, nel 2015 era già salito all’86,70%. Mentre i deficit correvano, l’economia domestica arrancava. Tuttavia, i numeri smentiscono la vulgata della stagnazione salariale. Anzi, il salario orario medio tra 2007 e 2025 risulta salito del 207%, che in termini reali equivale a un ottimo +81,6%. Confrontate questo dato con la decrescita reale in Italia e capirete perché la questione sia complessa.

Cosa ancora più curiosa, ad essersi avvantaggiati nei quasi venti anni sono stati i lavoratori non qualificati o “low-skilled” con incrementi reali medi del 65%. Al contrario, dirigenti e alti funzionari hanno visto ristagnare i loro stipendi reali, mentre la classe media ha subito una riduzione fino al 5%. Un ribaltamento della scala sociale, che rende ancora più difficile capire la radice dell’insoddisfazione. L’unica certezza è che essa esiste e, pertanto, qualcosa non quadra.

Sicurezza e immigrazione fonte di malcontento
Neppure l’ipotesi che dietro ci sia l’inaccessibilità del mercato immobiliare regge in piedi. Può valere per Londra, dove peraltro il sostegno alla Brexit è sempre stato scarsissimo, ma non nel resto del regno. I prezzi medi delle case nel periodo considerato sono aumentati del 55%, cioè meno dell’inflazione generale e dei salari orari. Dunque, oggi le case sono più accessibili del 2007 per i lavoratori comuni. Il punto è che servizi come la sanità (NHS) sono percepiti come scadenti, che si vive un senso di profonda insicurezza nelle città e nei quartieri con forte incidenza di immigrati e che da tempo il “politically correct” ha fatto smarrire ogni senso di identificazione nazionale e culturale nel nome dell’inclusione culturale.
Forse, non basta neanche ciò a spiegare la crisi UK. Il secolo era iniziato all’insegna del successo con tassi di crescita invidiabili e conti pubblici in attivo. Andò tutto storto con le banche e la fiducia nei partiti tradizionali è svanita. Il resto lo ha fatto una classe politica forse non all’altezza da una parte e dall’altra. Sembrano lontani i tempi di Margaret Thatcher e Tony Blair. I rispettivi partiti sembrano irriconoscibili e in preda a una guerra tra bande senza soluzione. Cosa c’entra questo con la Brexit? Nulla, non nel senso che ne sia la conseguenza, semmai la causa.
Crisi UK e Brexit tradita
Laburisti e conservatori non sembrano più saper parlare alle persone comuni, fenomeno del tutto identico al resto dell’Occidente. Riflesso molto spesso di società delle cui istituzioni si sono impossessate élites sempre più slegate dall’uomo della strada, supponenti, sorde al dialogo e ottuse. C’è di vero che, finora, la Brexit non è stata trasformata in un caso di successo dalla politica nazionale. Le promesse di migliorare i servizi pubblici, la sicurezza e la gestione dell’immigrazione sono andate tradite più dall’insipienza che dall’impossibilità di gestire i fenomeni in un’ottica domestica. Stando alla statistica, Burnham dovrà dimostrare di saper fare entro pochi mesi o anch’egli andrà incontro all’ennesimo deterioramento politico. La media dice che potrebbe sloggiare da Downing Street entro la fine dell’anno prossimo. Numeri di un’Italia che sembriamo esserci messi alle spalle.
giuseppe.timpone@investireoggi.it