Le notizie dal fronte di guerra sono poco rassicuranti con USA e Iran tornati ad attaccarsi a vicenda, pur con raid mirati. C’è anche l’indiscrezione per cui il presidente Mozoud Pezeshkian si sarebbe dimesso, un fatto che lascerebbe il potere del regime islamista interamente nelle mani dell’ala estremista dei pasdaran. Malgrado tutto ciò, il prezzo del petrolio rimane sotto i 100 dollari al barile. Nel tardo pomeriggio di oggi, il Brent quotava in area 97,50 dollari, pur in rialzo rispetto a ieri e fino a un paio di punti percentuali. Siamo ben sotto i picchi di marzo e aprile vicini ai 120 dollari.
Prezzo petrolio sotto 100 dollari
C’è un ottimismo slegato dalla realtà sui mercati? Non sarebbe solo il prezzo del petrolio a smentire il pessimismo, se è vero che le borse mondiali viaggiano ai massimi storici. L’indice S&P 500 guadagna quest’anno l’11%. Il boom dell’IA c’entra, anche se c’è molto di più a sostenere l’umore degli investitori. In primis, la ripresa degli attacchi non sta avvenendo a discapito del dialogo. Anzi, sul piano tattico rappresenta il modo di ciascuna delle due parti di massimizzare il potere negoziale nella fase più avanzata delle trattative.
Da Washington le dichiarazioni sono improntate all’apertura e all’ottimismo, vuoi del segretario di Stato, Marco Rubio, vuoi anche del presidente Donald Trump. Il secondo ci ha abituati ad alternare tweet positivi a minacce durissime nel giro di poche ore. Comunque sia, di una cosa possiamo essere certi: il negoziato procede. Addirittura, Teheran ha fatto sapere che Trump avrebbe rinunciato a pretendere di inserire il capitolo nucleare in cambio di un accordo.
Probabile che arrivi una smentita secca dalla Casa Bianca, cosa che dà il senso della guerra anche psicologica in corso.
Cina: consumi di petrolio in calo
Il fatto è che gli USA devono garantirsi la riapertura quanto prima dello Stretto di Hormuz per far scendere il prezzo del petrolio e con esso il rischio d’inflazione. Ma anche l’Iran deve tornare ad esportare greggio, altrimenti la sua economia collasserà definitivamente. Sono questi dati di fatto a prevalere sulle dichiarazioni di facciata e l’ideologia. Nel frattempo, la Cina ha ridotto i suoi consumi di petrolio del 9% rispetto a prima della guerra. Un crollo eclatante in appena tre mesi. Pensate che i consumi globali scesero di appena il 2% durante la crisi finanziaria mondiale del 2008-’09. E l’economia cinese non sta entrando in recessione, semplicemente sta sostituendo gli idrocarburi con le energie rinnovabili.
Il Ministero del Trasporto ha reso noto che nel corso delle festività di maggio i veicoli che hanno viaggiato in autostrada erano per quasi un quarto elettrici, +33% su base annua. Il -9% equivale a -1,5 milioni di barili al giorno, che è grosso modo la quantità che la Cina importava prima della guerra dall’Iran. Quasi l’1,5% dei consumi mondiali svaniti in poche settimane.
Al contrario, l’offerta sta aumentando. Il Venezuela ha chiuso maggio con esportazioni per 1,25 milioni di barili al giorno, poco più degli 1,23 milioni di aprile, ma a +61% su base annua e ai massimi dal 2019.
Boom export Venezuela e fattore Emirati Arabi
L’amministrazione Trump ha ammorbidito le sanzioni contro Caracas dopo la cattura di Nicolas Maduro. Il regime di Delcy Rodriguez ha aperto allo sfruttamento dei giacimenti da parte delle compagnie americane. I capitali stranieri stanno riaffluendo dopo molti anni e le estrazioni crescono. E non dimentichiamo che da inizio maggio gli Emirati Arabi Uniti si sono tirati fuori dall’OPEC, potendo produrre petrolio senza più vincoli. Se ancora a rilevare è la difficoltà fisica di fare uscire la materia prima dal Golfo Persico per consegnarla ai clienti, quando Hormuz sarà riaperto a prevalere saranno i dati su domanda e offerta.
Prezzo petrolio verso possibile caduta post-bellica
Il mercato ci sta segnalando di credere allo scenario di una riapertura entro le prossime settimane. Il prezzo del petrolio non risale, perché ci sarebbe persino la possibilità di una sua successiva caduta quando il traffico internazionale si sarà normalizzato. C’è una domanda globale in calo e un’offerta in aumento. La prima è frenata già sia dal rallentamento economico provocato dallo stesso caro energia, sia dalla maggiore convenienza ad investire sulle energie alternative per allentare la dipendenza dagli idrocarburi. La lezione del 1973 serva da esempio. Il mondo ha imparato, anche grazie allo sviluppo tecnologico, a produrre maggiore ricchezza con meno petrolio.
giuseppe.timpone@investireoggi.it