Dalla fine del 2021, il 70% (69,7%) delle emissioni nette di debito pubblico in Italia è stato finanziato grazie agli acquisti di BTp da parte delle famiglie residenti. La loro quota è salita dal 6,4% al 15,4% di inizio 2026, contribuendo in maniera determinante a rendere più sostenibili i conti pubblici nazionali. In portafoglio, gli italiani posseggono direttamente più di 400 miliardi di euro di titoli di stato domestici, a cui vanno aggiunte le esposizioni indirette e per certi versi ignote, cioè gli investimenti in fondi e altri prodotti a loro volta aventi i titoli del debito in pancia.
Debito, quanti BTp ancora nei portafogli delle famiglie?
Sulla nuova mappa dei creditori abbiamo già dissertato in un articolo recente.
Qui, vogliamo soffermarci su un altro aspetto: fino a quale punto potranno spingersi le famiglie italiane nel comprare BTp e continuare, quindi, a finanziare il debito? Le risorse sono per definizione limitate. I risparmi liquidi in banca ammontavano a marzo a 1.864,1 miliardi di euro, qualcosa come oltre l’80% del Pil. Questo è un dato a cui spesso giornali e politici stessi fanno riferimento per convincere e convincersi che vi sarebbe ulteriore spazio per investire in titoli di stato.
I numeri, però, vanno interpretati. Tutti i soldi depositati in banca sono realmente risparmi propriamente detti? Oggigiorno, come sappiamo, il conto corrente è lo strumento indispensabile per ricevere l’accredito dello stipendio e della pensione. Anche solo per effettuare un pagamento con carta di credito o bancomat è necessario aprirne uno. Ma questo non significa che le somme ivi accreditate siano accantonate per il futuro. In gran parte dei casi, trattasi di liquidità prontamente disponibile per i consumi correnti.
Inoltre, dei circa 1.850 miliardi di depositi, quelli che fanno capo alle famiglie ammontano ad un massimo di 1.200 miliardi. Il resto è liquidità aziendale. Per quanto spiegato sopra, si stima che non più di un quarto sarebbe la cifra effettivamente stimabile come risparmio in senso stretto. Ergo, parliamo di 3-400 miliardi. Ed ecco che il ragionamento sui BTp inizia a cambiare: le famiglie possono continuare sì a fare la loro parte sul debito, ma non quanto auspicato da alcuni.
Rischio di concentrazione
Esiste un tasso ottimale di risparmio in titoli di stato? La risposta varia da nazione a nazione. Noi italiani abbiamo avuto storicamente una maggiore propensione ad investire nel debito domestico. In primis, perché gli alti rendimenti hanno attirato il risparmio e poi c’è stata e continua ad esserci una forte avversione al rischio, nonché una scarsa educazione finanziaria circa la natura di altri prodotti disponibili. Poiché ciascuno tende ad investire in asset di cui capisce il funzionamento, ecco spiegati i sotto-investimenti in borsa, ecc.
La ricchezza finanziaria delle famiglie italiane a fine 2025 saliva a 6.150 miliardi. Ne deriva che gli investimenti in BTp incidano per il 6,5% e che l’intera liquidità in banca per poco oltre il 30%. In teoria, le esposizioni non sarebbero ancora così eclatanti. Il rischio di concentrazione risulterebbero basso, seppure in aumento.
Certo, è molto probabile che i detentori di grandi ricchezze abbiano esposizioni bassissime o nulle verso il debito italiano, mentre gli investitori con piccoli patrimoni siano molto più esposti.
Vantaggi fiscali, ma emissioni nette di debito eccessive
Nei periodi di instabilità finanziaria, i BTp diventano per le famiglie ancora più appetibili. Generano reddito senza fare nulla. Tutti capiscono come funzionano e lo stato ne incentiva gli acquisti per piazzare meglio il debito sul mercato. Le imposte sono al 12,5% sui rendimenti contro il 26% sugli altri proventi finanziari. Inoltre, i bond sovrani sfuggono all’imposta di successione e dallo scorso anno anche alle dichiarazioni Isee fino a 50.000 euro in tutto. In teoria, esposizioni fino al 25% del proprio risparmio sono considerate ancora non eccessive, per quanto elevate.
Facendo qualche conto, le famiglie italiane avrebbero modo di finanche raddoppiare gli acquisti netti di BTp dai 400 miliardi attuali. Si spingerebbero fino al 10-15% della loro ricchezza finanziaria. Il punto è che il debito pubblico non smette di crescere. Le emissioni nette dalla fine del 2021 hanno superato la media di 90 miliardi all’anno. Di questo passo, con tutta la buona volontà che potrebbero metterci il retail domestico e gli investitori stranieri, le risorse provenienti dal mercato rischieranno di risultare insufficienti per uno stato italiano così famelico.
giuseppe.timpone@investireoggi.it