Da diversi anni (precisamente dal 2013) le imprese hanno a disposizione uno strumento pensato per accompagnare verso il pensionamento i dipendenti che si trovano negli ultimi anni di carriera. Si tratta dell’isopensione, un meccanismo stabile che permette di interrompere il rapporto di lavoro prima del raggiungimento dei requisiti ordinari per la pensione. La misura riguarda però una platea ben precisa: possono accedervi soltanto i lavoratori dipendenti ai quali mancano non più di 4 anni alla pensione di vecchiaia o a quella anticipata.
In via eccezionale, per le uscite attivate nel periodo 2018-2026, il margine è stato allargato fino a 7 anni. Questo ampliamento consente, in alcuni casi, di lasciare il lavoro anche attorno ai 60 anni, ma solo se la cessazione del rapporto avviene entro il 30 novembre 2026.
La disciplina speciale, infatti, resta valida fino al 31 dicembre 2026; dal 2027 si tornerà al limite ordinario dei 4 anni.
Isopensione: chi può usarla e quali limiti prevede
L’accesso a questo scivolo pensionistico non è generalizzato. La misura si rivolge esclusivamente ai dipendenti che maturano il diritto alla pensione entro il periodo massimo coperto dallo strumento. Il riferimento è sia alla pensione di vecchiaia sia alla pensione anticipata, ma non ai trattamenti basati sulle cosiddette quote, come Quota 100, Quota 102 o Quota 103.
Il funzionamento è legato a un accordo sindacale. In pratica, l’azienda e le organizzazioni dei lavoratori devono sottoscrivere un’intesa che individua i dipendenti coinvolti nell’esodo. Questo passaggio può inserirsi in normali processi di riduzione dell’organico oppure nell’ambito di una procedura di licenziamento collettivo. In ogni caso, l’adesione non è automatica: la scelta resta volontaria.
Il quadro normativo consente, quindi, all’impresa di accompagnare all’uscita chi è vicino alla pensione, ma solo entro confini molto rigidi.
Se la data di maturazione del trattamento pensionistico supera il periodo coperto dalla misura, il piano non può essere autorizzato. In tali casi, la richiesta viene respinta e l’esito comunicato sia all’azienda sia al lavoratore interessato.
Assegno mensile, contributi figurativi e importo spettante
Durante il periodo di accompagnamento, il dipendente riceve un’indennità mensile erogata dall’Inps ma finanziata integralmente dal datore di lavoro. L’importo corrisponde alla pensione maturata al momento della cessazione del rapporto. Accanto a questo assegno, l’azienda versa anche la contribuzione figurativa utile a coprire il periodo che separa dall’uscita definitiva.
Questo aspetto è centrale perché consente di proseguire la maturazione dell’anzianità contributiva. In altre parole, il lavoratore non perde i contributi relativi agli anni di scivolo, che saranno considerati nel calcolo della pensione finale. Tuttavia, l’indennità percepita nella fase di accompagnamento risulta spesso più bassa rispetto al trattamento pensionistico definitivo.
La ragione è semplice: i contributi figurativi accreditati durante la fase di isopensione non incidono sull’importo dell’assegno mensile versato in quel momento, ma soltanto sulla pensione che sarà liquidata alla fine del percorso. Per questo la somma ricevuta può risultare inferiore sia all’ultima busta paga sia alla pensione futura.
L’assegno viene corrisposto per 13 mensilità ed è assoggettato a tassazione ordinaria. Non si tratta però di una pensione in senso pieno. Mancano infatti alcuni elementi accessori, come la rivalutazione automatica legata all’inflazione e gli assegni per il nucleo familiare. Inoltre, nel periodo di isopensione non possono essere effettuate trattenute come la cessione del quinto, né operazioni di riscatto o ricongiunzione, che devono quindi essere definite in anticipo.
Le scadenze da controllare e il ritorno ai 4 anni dal 2027
La data decisiva è il 30 novembre 2026. Entro questo termine deve cessare il rapporto di lavoro per sfruttare l’anticipo massimo di 7 anni previsto dal regime transitorio. Superata questa finestra, la misura tornerà alla sua struttura ordinaria.
Dal 2027, infatti, l’isopensione consentirà di anticipare l’uscita solo di 4 anni. Ma non è l’unico cambiamento da considerare. A incidere sarà anche l’adeguamento automatico dei requisiti pensionistici alla speranza di vita. Questo significa che le imprese dovranno valutare con ancora maggiore attenzione la distanza effettiva tra l’uscita dal lavoro e la maturazione della pensione.
Se il diritto al trattamento previdenziale cade oltre il periodo massimo finanziabile, l’Inps non autorizzerà il piano. Di conseguenza, la verifica preliminare dei requisiti diventa essenziale per evitare errori e rigetti.
Isopensione: accordo sindacale, domanda Inps e passaggio finale
Il percorso si apre con l’accordo tra impresa e sindacati, nel quale vengono individuati i lavoratori interessati. Solo dopo questo passaggio il dipendente può scegliere se aderire alla isopensione, valutando anche eventuali incentivi economici collegati all’uscita.
Una volta accettata la soluzione, gli adempimenti verso l’Inps sono a carico dell’azienda, che deve presentare la domanda e fornire le necessarie garanzie finanziarie. Resta però fondamentale controllare che la posizione contributiva del lavoratore sia completa e aggiornata, perché da essa dipende la corretta definizione del diritto pensionistico.
Un ultimo punto richiede particolare attenzione: al termine della isopensione non scatta in automatico la pensione definitiva. Occorre infatti presentare una specifica domanda all’Inps, così da evitare vuoti tra l’assegno di esodo e il trattamento previdenziale finale. In sintesi, la isopensione rappresenta una via strutturata per anticipare l’uscita dal lavoro, ma richiede tempi precisi, requisiti rigorosi e un’attenta gestione di ogni passaggio.
Riassumendo
- L’isopensione accompagna i dipendenti vicini alla pensione con uscita anticipata dal lavoro.
- Possono accedere solo i lavoratori entro 4 anni dalla pensione.
- Fino al 2026 l’anticipo massimo sale eccezionalmente a 7 anni.
- L’assegno è pagato dall’Inps, ma finanziato interamente dall’azienda.
- I contributi figurativi aumentano la pensione finale, non l’indennità mensile.
- Serve domanda finale all’Inps per ottenere la pensione definitiva.