Borse in forte calo, rendimenti dei titoli di stato in forte rialzo e prezzi del carburante esplosi alla pompa con il boom delle quotazioni petrolifere. E’ il primo assaggio della guerra tra Iran e Stati Uniti/Israele, scoppiata una decina di giorni fa e di cui non s’intravede per il momento la conclusione. Per l’Europa torna il rischio di stagflazione per la seconda volta in meno di un lustro. Un brutto mal di testa per la Banca Centrale Europea (BCE) di Christine Lagarde, che sperava di portare a termine il suo mandato avendo superato la fase più difficile legata alla pandemia e alla guerra tra Ucraina e Russia.
Rischio stagflazione in Europa con cambio giù e petrolio su
Il Brent è volato stamane fino a 117,45 dollari al barile e mentre scriviamo resta tra 106 e 107 dollari. Al contrario, il cambio euro-dollaro è piombato ai minimi dal novembre scorso a poco più di 1,15. E dire che all’inizio di quest’anno pensavamo che avrebbe superato la soglia di 1,20, approfittando della debolezza del dollaro. Tutto questo significa per l’economia continentale due cose: tassi d’inflazione più alti e crescita economica più bassa. Di quanto?
La misura esatta di quanto possa impattare il caro greggio varia a seconda delle analisi, ma grosso modo le cifre convergono nel prospettare per l’Europa un aumento dei prezzi al consumo dello 0,25% entro un anno e un calo del Pil dello 0,1-0,2% con un aumento delle quotazioni petrolifere del 10%. Abbiamo calcolato il prezzo del Brent al barile e in euro per i primi due mesi dell’anno, prima che esplodessero le tensioni in Medio Oriente.
Esso è stato inferiore ai 57 euro, mentre alle quotazioni odierne risulta salito in area 92,50 euro. Un aumento del 63%, che se restasse tale per settimane e mesi farebbe salire l’inflazione nell’Eurozona di almeno l’1,5% e scendere il Pil dell’1%.
Poiché le previsioni ufficiali indicano un’inflazione per il 2026 di 1,9% e una crescita del Pil di 1,1-1,2%, ciò significherebbe che ci ritroveremmo da qui al medio termine con un’inflazione salita in area 3,5% e una crescita economica azzerata. E’ proprio quel rischio di stagflazione di cui avvertivamo all’inizio dell’articolo. Il termine, coniato negli anni Settanta per definire la situazione venutasi a creare nell’Occidente con le due crisi petrolifere del 1973 e del 1979, è l’unione delle parole “stagnazione” e “inflazione”.
Guerra di nervi (e tempi) tra USA e Iran
La stagnazione è il peggio che possa accadere ad un’economia, in quanto essa si troverebbe a combattere contro due mali. E il problema è che le risposte nel breve termine contrasterebbero tra di loro, per cui i responsabili della politica economica (governi e banche centrali) devono per forza di cose sacrificare uno dei due obiettivi nell’immediatezza: la crescita o la stabilità dei prezzi. C’è da dire che le cifre sopra citate sarebbero conseguenti ad uno scenario estremamente sfavorevole, che per il momento non sarebbe quello di base. L’auspicio è, in effetti, che lo Stretto di Hormuz venga riaperto al transito delle petroliere e delle navi cargo almeno entro le prossime settimane.
La riapertura avverrebbe o con un collasso dall’interno del regime iraniano, giudicata ad oggi poco probabile, o con la ricerca di un accordo tra le parti. Più il petrolio resta alto e maggiori le pressioni di mercati e governi su USA e Israele perché portino a conclusione le ostilità entro il minor tempo possibile. Ed è su questo che fa leva Teheran, che sa di non potersi permettere una guerra lunga con la superpotenza mondiale. E allo stesso tempo, sa che questa patisce il caro greggio sotto elezioni e che i suoi alleati soffrono le conseguenze del blocco delle esportazioni nel Golfo Persico.
Russia alla finestra spera
Il rischio di stagflazione in Europa significherebbe aumento dei tassi di interesse e necessità di trovare alternative nell’immediato alle forniture dipendenti da Hormuz. La Russia ne approfitterebbe per mostrarsi indispensabile più che mai con il suo abbondante petrolio e gas. Il costo (geo)politico di un suo eventuale soccorso sarebbe altissimo per Bruxelles e quasi certamente passerebbe anche per la richiesta di concessioni da parte dell’UE sull’Ucraina. Washington dovrà ponderare con molta accortezza i tempi dell’operazione militare. Rischia di allontanare gli alleati, stanchi e delusi dopo mesi di estenuanti scontri su dazi, riarmo e adesso sulla gestione di un conflitto per il quale non sono stati neanche consultati.
giuseppe.timpone@investireoggi.it