I membri del G7 (USA, Canada, Regno Unito, Germania, Francia, Italia e Giappone) si starebbero coordinando nella giornata di oggi per discutere l’utilizzo delle riserve strategiche di petrolio. La decisione si rende necessaria per affrontare l’emergenza dei prezzi, che prima dell’alba (ore italiane) sono esplosi oggi fino ad un massimo di 117,45 dollari al barile. L’indiscrezione riportata da Bloomberg ha contribuito alla successiva discesa a 108 dollari, ma pur sempre a livelli che non si vedevano dall’invasione dell’Ucraina nel 2022. Rispetto alla chiusura di venerdì scorso, il Brent segna ancora un rialzo del 16%.
Riserve di petrolio G7 misura emergenziale
L’esplosione delle quotazioni ha costretto anche il presidente americano Donald Trump ad intervenire commentando che sarebbe “un prezzo molto piccolo da pagare per eliminare la minaccia nucleare“.
La Casa Bianca sostiene che scenderanno quando ciò accadrà, prospettando una discussione con il premier israeliano Benjamin Netanyahu sulla fine della guerra.
La causa di questo caos riguarda sempre lo Stretto di Hormuz, dal quale transitano fino a 20 milioni di barili al giorno, cioè un quinto della produzione mondiale, e un quarto del gas liquido naturale. Sebbene nel fine settimana l’Iran abbia spiegato che non attaccherà le navi in transito, ha confermato che lo farà all’indirizzo di quelle di USA e Israele. In ogni caso, nessun equipaggio vuole rischiare di ritrovarsi oggetto di lanci di droni o missili. Le compagnie assicurative hanno spinto i prezzi per la copertura delle petroliere ai massimi storici.
Mercati scontano rischio geopolitico
L’uso delle riserve strategiche di petrolio del G7 può funzionare? Tutti i membri dell’Agenzia internazionale per l’energia dispongono di circa 1,2 miliardi di barili da rilasciare nei casi di emergenza come questo. La discussione verterebbe sull’uso coordinato di 300 milioni di barili, ossia un quarto dei livelli disponibili.
Considerando che la domanda globale sia di circa 102-103 milioni di barili al giorno, la mossa soddisferebbe 3 giorni di fabbisogno mondiale. Tuttavia, c’è da dire che varrebbero 15-20 giorni dei barili non esportabili dal Golfo Persico.
Se la guerra con l’Iran si chiudesse entro un paio di settimane, dunque, le riserve strategiche di petrolio (non solo dei membri del G7) riuscirebbero a soddisfare la domanda senza problemi. I prezzi tornerebbero in calo, pur scontando sempre il rischio geopolitico e l’incertezza per le forniture a breve. Il punto è che nessuno riesce a capire quanto il conflitto potrà proseguire con queste modalità. Di certo c’è che cresce la pressione della comunità internazionale su USA e Israele per arrivare a una qualche conclusione entro il più breve tempo possibile.
Occidente di nuovo a rischio inflazione
Prezzi del petrolio così elevati, se protratti per settimane, sono capaci di generare inflazione tramite effetti a cascata sui prezzi anche dei beni non energetici e dei servizi. Le riserve strategiche non possono essere una soluzione al problema, bensì solamente una reazione per pochi giorni o qualche settimana al massimo.
Nel frattempo, la Russia può sorridere con un greggio così caro da esportare in Asia. Era ciò che le serviva per aumentare le entrate fiscali in una fase di difficoltà finanziaria per le alte spese militari sostenute in 4 anni di guerra con l’Ucraina.
Viceversa, gli stessi USA stanno accusando il colpo. Il caro energia riduce le probabilità di un nuovo taglio dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve. Se l’inflazione americana rialzerà la testa, neppure il prossimo governatore Kevin Warsh sarà nelle condizioni di accontentare Trump. Il G7 fece uso già nel 2022 delle riserve strategiche di petrolio, anche se ciò non bastò a placare le quotazioni, semmai a farle scendere dal picco di 120 dollari nel brevissimo periodo.
giuseppe.timpone@investireoggi.it