L’Istat ha fornito il dato preliminare sul deficit dell’Italia nel 2025, atteso in calo al 3,1% del Pil dal 3,4% del 2024. Nel dettaglio, il saldo primario è salito dal +0,5% al +0,7%. Esso esprime la differenza tra entrate e spese, al netto degli interessi sul debito pubblico. Il Pil in volume è cresciuto dello 0,5%, sintesi del +0,3% per l’industria, del +0,3% per i servizi e del -0,1% per il settore primario. La domanda nazionale ha contribuito positivamente per l’1,5%, mentre la domanda estera ha apportato un contributo negativo dello 0,7% e così anche la variazione delle scorte per lo 0,2%.
Deficit Italia appena sopra 3% del Pil
Il dato sul deficit sorprende in negativo.
Il governo aveva rivisto le sue previsioni al 3% o leggermente sotto tale soglia, che per il Patto di stabilità rappresenta anche la percentuale massima di disavanzo ammesso. Cos’è successo? Nel Documento programmatico di Bilancio per il 2026, il Tesoro aveva stimato una crescita del Pil reale dello 0,5% e un deflatore del 2,3%. Il secondo rappresenta la variazione dei prezzi per beni e servizi prodotti in Italia. Si distingue dall’inflazione vera e propria, in quanto esclude i prezzi di beni e servizi importati.
L’Istat, invece, ha trovato che l’aumento del Pil in volume è stato effettivamente dello 0,5% (ma meno dello 0,7% prospettato a fine gennaio con il dato sul quarto trimestre 2025), mentre il deflatore è cresciuto del 2%. Ad avere “tradito” le attese è stata la più bassa inflazione interna. Quello 0,3% in meno è stato capace, in effetti, di ridurre il deficit dello 0,10-0,15% in meno delle previsioni. Bisogna tenere conto, infatti, che con una pressione fiscale sopra il 43%, ogni punto di Pil si porta dietro un aumento delle entrate dello 0,43%.
Impatto su procedura d’infrazione
Dal punto di vista macroeconomico un deficit al 3% o al 3,1% non cambia assolutamente nulla. Diversa è la situazione normativa. Il Patto di stabilità sottopone a vigilanza rafforzata quegli stati comunitari con un deficit sopra il 3%. L’Italia sperava di uscire dalla procedura d’infrazione già in primavera, cosa che le avrebbe consentito di godere di maggiore flessibilità in merito alle spese militari. Adesso, non c’è più alcuna certezza che avvenga. La Commissione europea può rinviare la decisione al 2027 o tenere in considerazione il particolare contesto geopolitico per agevolare gli investimenti nella difesa, chiudendo gli occhi dinnanzi a uno zero virgola che non mette in discussione il risanamento fiscale avviato da Roma dopo la pandemia.
Rinvio per spese militari?
Il punto è politico. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha sempre sostenuto la linea dell’incremento della spesa militare senza contestuali tagli al welfare (scuola, sanità, pensioni e assistenza). Affinché ciò fosse possibile, sarebbe necessario che il perimetro del deficit si allarghi. In altre parole, che Bruxelles scomputi l’incremento di spesa dal calcolo del disavanzo ai fini del Patto. Paradossalmente, questa situazione può contribuire all’ulteriore compressione dello spread. Per i mercati è importante anche, se non soprattutto, l’ammontare delle emissioni effettive di debito pubblico.
Minori margini di manovra si traducono in aste di BTp meno corpose per il breve e medio periodo e ciò accentuerebbe quella percezione di relativa solidità tra gli investitori internazionali.
giuseppe.timpone@investireoggi.it