Lo yen è tornato ad indebolirsi nelle ultime sedute contro il dollaro, salendo a un tasso di cambio di 156 da meno di 153 di due settimane fa. E’ stata la reazione del mercato all’annuncio del governo di due nomine per il board della Banca del Giappone. Da fine marzo Toichiro Asada subentrerà ad Asahi Noguchi e da fine giugno sarà la volta di Ayano Sato al posto di Junko Nakagawa. I due nuovi banchieri centrali hanno la fama di essere sostenitori della reflazione, ossia di una politica di accomodamento monetario per stimolare la crescita dell’economia.
Takaichi punta sulla reflazione
C’è da dire che i due banchieri centrali in scadenza di mandato sono anch’essi considerati “colombe”, sebbene negli ultimi tempi abbiano assunto posizioni a sostegno di una stretta monetaria per reagire all’inflazione. Il fatto, però, che a rimpiazzarli saranno candidati marcatamente favorevoli a una politica monetaria espansiva, riduce le probabilità che l’istituto sia in grado di alzare i tassi di interesse ai prossimi appuntamenti.
Il costo del denaro è ancora bassissimo nel confronto internazionale: 0,75%. L’inflazione a gennaio è scesa all’1,5%, sotto il target del 2% per la prima volta da marzo 2022. Il dato “core”, al netto di energia e generi alimentari freschi, è sceso anch’esso al 2% dal 2,4% di dicembre e ai minimi da gennaio 2024. Questo calo è attribuibile in buona parte al pacchetto varato dalla premier Sanae Takaichi nei mesi scorsi. Esso prevede sussidi statali per tenere bassi i prezzi di prodotti di prima necessità. Le misure in esso contenute ammontano a 21.300 miliardi di yen (circa 115 miliardi di euro).
Tassi bassi per stabilizzare il debito
La straordinaria vittoria alle recenti elezioni anticipate hanno assegnato a Takaichi e al suo Partito Liberal Democratico un mandato solidissimo. La prima premier donna nella storia del Giappone ha promesso di sospendere l’IVA sui beni di prima necessità, cosa che rischia di innalzare il debito pubblico, già sopra il 235% del Pil. Le due nomine di questi giorni completano il quadro: il governo vuole sostenere l’economia a colpi di stimoli fiscali, avvalendosi di una politica monetaria anch’essa espansiva. Una svolta all’insegna della reflazione, visto che l’esito più probabile del mix tra debito e bassi tassi sarebbe proprio l’accelerazione del tasso di crescita dei prezzi al consumo.
Lo yen scivola sul mercato sulle attese proprio di tassi più bassi di quanto preventivato in precedenza per il medio termine. Il rendimento a 2 anni in Giappone è sceso sotto 1,25%, segnalando ancora, comunque, un rialzo di mezzo punto percentuale per i tassi dai livelli attuali. Il rendimento decennale è sceso anch’esso in area 2,15% da un massimo del 2,34% a cui era arrivato a gennaio in coincidenza con lo scioglimento della Camera.
Inflazione in calo, ma a colpi di sussidi
Come si spiega la contrazione dei rendimenti a lungo termine, sensibili al rischio inflazione e di credito? Nelle ultime settimane, già in campagna elettorale Takaichi aveva rassicurato che non avrebbe aumentato le emissioni di debito per finanziare le misure di spesa.
Il calo dell’inflazione, dimezzatasi in soli due mesi dal 2,9% all’1,5%, sta contribuendo a “raffreddare” le aspettative del mercato. E c’è anche forse la sensazione che tassi d’inflazione stabilmente attorno al target possano, contrariamente ai decenni passati, contribuire a contenere il rapporto tra debito e Pil, specie in un contesto di crescita.
Fatto sta che la narrazione degli ultimi decenni è cambiata. Il Giappone è stato a lungo considerato un’ancora di stabilità sui mercati globali. Tassi a zero e inflazione persino leggermente negativa incentivavano il deflusso dei capitali domestici nel resto del mondo. Adesso, la loro direzione si è invertita. L’unica cosa ad essere rimasta uguale è la tendenza del governo a fare debiti. Con la differenza che fino a qualche tempo fa ciò avveniva quasi gratis, mentre oggi i rendimenti reali sono diventati positivi. Il rischio di una crisi fiscale resta dietro l’angolo?
giuseppe.timpone@investireoggi.it