UE (Unione Europea) in cerca di una svolta per reagire all’irrilevanza geopolitica e al declino economico che la stanno travolgendo. E si presenta più divisa che mai all’appuntamento di domani convocato da Germania e Italia in Belgio, al castello di Alden Biesen. Da una parte il cancelliere Friedrich Merz e la premier Giorgia Meloni, intenti ad accelerare sulle riforme per rilanciare la crescita economica. Dall’altra il presidente francese Emmanuel Macron, che punta sugli Eurobond, cioè sui debiti comuni. Le divisioni hanno spesso paralizzato l’attività politica a Bruxelles, ma mai come in questo caso assumono un significato positivo per capire finalmente quale dovrà essere la filosofia di base dell’UE 2.0.
Riforme UE versus debiti
C’è un denominatore comune tra le due parti: il Rapporto Draghi-Letta sulla competitività. Meloni e Merz guardano alla parte che vuole abbattere le barriere ancora esistenti tra i 27 stati comunitari per tendere a un vero mercato unico. Esse sono valutate dal Fondo Monetario Internazionale come un dazio del 44% sulle merci e del 110% sui servizi. Altro che Trump! E c’è anche la lotta alla burocrazia per ridurre i costi e i tempi a carico delle imprese. Infine, la negoziazione di nuove intese commerciali per diversificare i mercati di sbocco sul modello del recente accordo UE-India. Su questo terzo punto si registra la convergenza di Parigi.
Gli Eurobond sono stati per molti anni la carta che l’Italia si è giocata sui tavoli europei senza mai trovare adeguato sostegno, neppure tra i governi francesi. La novità è che i mercati hanno iniziato da tempo a prendere di mira il debito transalpino e l’Eliseo è diventato improvvisamente sensibile al tema.
Cerca una soluzione per sgravare i bilanci nazionali da spese ritenute necessarie come gli investimenti in armi, innovazione tecnologica e transizione energetica. In più, lancia la proposta del “Buy European”, ossia privilegiare le aziende UE nelle gare d’appalto pubbliche. Tradotto: protezionismo non dissimile da quello trumpiano.
Deflusso di capitali, Merz ribatte a Macron
Ogni anno, poi, defluiscono 500 miliardi di euro di capitali dall’UE e approdano perlopiù negli Stati Uniti. Macron vorrebbe trattenerli con emissioni di debiti comuni e garantiti dagli stati membri. Una soluzione osteggiata da Merz e anche da Meloni. Il primo ha chiarito esplicitamente la posizione italo-tedesca: il problema non è trattenere i capitali facendo nuovi debiti, bensì creando le condizioni per attirarli. Dietro a queste divisioni si cela la vera divergenza di idee tra chi vuole che l’UE funzioni come un mercato unico e chi ambisce alla costruzione di un “super stato“ come proposto dall’ex premier Mario Draghi sin da quando era governatore alla Banca Centrale Europea.
Meloni e Merz chiedono deregulation
L’Italia ha ceduto all’alleato tedesco sulla necessità di superare il meccanismo di voto all’unanimità. Per alcune questioni si opterebbe per il voto a maggioranza qualificata. L’idea che hanno in testa i leader dei due Paesi è di una UE che funzioni sempre più come grande spazio economico, grazie alle riforme.
Basta con gli apparati burocratici e l’iper-regolamentazione. Al contrario, puntare sui debiti come vuole Macron assume un significato anche di natura politica: superare gli stati nazionali per convergere verso istituzioni centrali capaci di rivolgersi direttamente ai mercati nel nome dei membri.
Unione fiscale si allontana
Questa non è mai stata la posizione della Germania, che sul punto ha sempre nicchiato per non frustrare le aspettative dell’alleato francese. Parigi ritiene che solo assegnando a Bruxelles una forte capacità di spesa, l’UE può colmare il gap con le altre grandi potenze mondiali. Questo discorso lascia perplessi per una semplice annotazione: chi ha potere di spesa, deve altresì avere potere impositivo. In pratica, chi spende, deve essere anche in grado di incassare direttamente le entrate dei contribuenti. L’unione fiscale è sempre stata immaginata negli ultimi decenni, ma si scontra con la realtà: l’UE non è uno stato, bensì un’area composta da 27 stati. Spendere e tassare spetta solo a organismi rappresentativi, cosa che la Commissione non è.
Le preferenze sul piano del rapporto tra entrate fiscali e spesa pubblica variano persino all’interno degli stati tra aree ricche e povere. Immaginarsi in una UE che spazia dall’Estonia al Portogallo, dalla Svezia a Cipro. Ragioni di realismo inducono a credere che l’impostazione italo-tedesca sia preferibile a quella francese. Per noi italiani si tratta di un cambio di mentalità dopo avere coltivato quasi ossessivamente l’ambizione degli Eurobond quale strumento per toglierci le castagne dal fuoco. Sembrerebbe che adesso non andando contro il nostro stesso interesse nazionale nell’opporsi alla posizione di Macron. Invece, è la strada giusta da battere.
Riforme vitali per UE nel nuovo assetto globale
Non è scaricando agli altri i nostri debiti che possiamo immaginare di prosperare, bensì tornando a crescere. E per farlo abbiamo bisogno di mercati di abbattere le barriere che ancora oggi impediscono ai commerci nell’UE di essere realmente liberi. In questo modo, a beneficiarne sarebbero le imprese più competitive e innovative e i consumatori. Dobbiamo chiudere per sempre la lunga fase in cui Bruxelles è sembrata una matrigna capace solo di dettare regole minuziose, numerosissime e talvolta assurde, aprendone una in cui può diventare l’immagine di un patto rinnovato tra cittadini e istituzioni.
La stagione degli Eurobond, in termini di proposte, ha coinciso con il declino dell’UE in termini geopolitici, economici e finanziari. Di riforme si dibatte da fin troppi anni e siamo arrivati al punto di necessitarle in alternativa alla nostra definitiva sparizione nel nuovo assetto globale in cui contano potere economico, forza militare e velocità decisionale.
giuseppe.timpone@investireoggi.it