La possibilità per l’INPS di intervenire sulle pensioni per recuperare somme non dovute è stata recentemente confermata dalla Corte costituzionale. Con una decisione importante, i giudici hanno chiarito i confini entro cui può avvenire il pignoramento pensione, respingendo i dubbi di illegittimità sollevati in sede giudiziaria.
Il tema tocca direttamente l’equilibrio del sistema previdenziale e la tutela dei redditi da pensione, due interessi che il legislatore è chiamato a bilanciare con attenzione.
Pignoramento pensione e giudizio della Corte costituzionale
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 216 di dicembre 2025, ha dichiarato conforme alla Costituzione l’art. 69 della Legge n. 153/1969. Questa norma consente all’INPS di procedere al pignoramento pensione per il recupero di crediti derivanti da prestazioni previdenziali indebite o da contributi non versati.
Il prelievo può avvenire nel limite massimo di un quinto dell’importo della pensione, con la garanzia che resti comunque intatto il trattamento minimo.
La questione era stata sollevata dal Tribunale di Ravenna, che aveva ipotizzato un contrasto con gli artt. 3 e 38, comma 2, Cost. Secondo il giudice rimettente, la disciplina speciale prevista per l’INPS avrebbe creato una disparità rispetto alle regole generali contenute nell’art. 545, comma 7, c.p.c., che fissano una soglia di impignorabilità pari al doppio dell’assegno sociale, e in ogni caso non inferiore a 1.000 euro.
La Consulta ha però escluso qualsiasi violazione costituzionale, ritenendo la norma del 1969 giustificata dalla particolare natura dei crediti previdenziali.
Il confronto con l’articolo 545 del codice di procedura civile
Uno dei punti centrali della decisione riguarda il raffronto tra la disciplina speciale e quella generale sul pignoramento delle pensioni.
L’art. 545, comma 7, c.p.c. prevede una tutela rafforzata per il debitore, stabilendo una soglia minima impignorabile più elevata, collegata all’assegno sociale.
Secondo la Corte, però, questa regola non è finalizzata a garantire il cosiddetto minimo vitale in senso assoluto. Al contrario, l’art. 69 della legge n. 153/1969 assicura, comunque, la salvaguardia del trattamento minimo pensionistico, che viene aggiornato annualmente in base all’andamento del costo della vita.
Il diverso regime applicabile al pignoramento pensione da parte dell’INPS non è quindi irragionevole. La differenza trova fondamento nella specificità del credito vantato dall’ente previdenziale, che mira a reintegrare risorse sottratte al sistema pensionistico nel suo complesso.
Recupero degli indebiti e funzione di tutela del sistema previdenziale
Un ulteriore elemento valorizzato dalla Corte Costituzionale riguarda le modalità di recupero delle somme indebitamente percepite. La normativa previdenziale prevede che il pensionato sia tenuto alla restituzione solo in presenza di dolo, offrendo così una protezione più ampia rispetto ad altri rapporti debitori.
In questo contesto, il pignoramento pensione assume anche una funzione deterrente. Il legislatore ha inteso scoraggiare comportamenti fraudolenti che incidono negativamente sull’equilibrio finanziario dell’intero sistema previdenziale. Il recupero delle somme non dovute serve infatti a garantire la sostenibilità delle prestazioni future e a tutelare l’interesse collettivo.
La Corte ha sottolineato che il ripristino delle risorse previdenziali è un obiettivo di rilievo generale, strettamente connesso ai principi costituzionali in materia di sicurezza sociale.
Pignoramento pensione e principio di equilibrio costituzionale
Nel respingere la censura fondata sull’art. 38, comma 2, Cost., la Corte ha chiarito che la disciplina sul pignoramento pensione non comprime indebitamente il diritto all’assistenza previdenziale. Al contrario, il bilanciamento operato dal legislatore tiene conto sia delle esigenze del pensionato sia della necessità di assicurare stabilità e continuità al sistema.
La tutela del trattamento minimo rappresenta una soglia di protezione adeguata e coerente con l’ordinamento. Allo stesso tempo, la possibilità di recuperare crediti previdenziali entro limiti ben definiti contribuisce a preservare l’equilibrio finanziario dell’INPS.
La sentenza n. 216 del 2025 conferma, quindi, che il pignoramento pensione, se applicato nel rispetto delle regole fissate dalla legge n. 153/1969, costituisce uno strumento legittimo e proporzionato, in linea con i principi costituzionali e con l’interesse generale alla solidità del sistema pensionistico.
Pignoramento pensioni: considerazioni dopo la sentenza
La decisione della Corte costituzionale offre un quadro chiaro sul delicato equilibrio tra tutela del reddito pensionistico e salvaguardia delle risorse pubbliche.
Il sistema delineato dal legislatore consente il pignoramento pensione entro limiti precisi, preservando il trattamento minimo e assicurando una protezione adeguata alle esigenze essenziali del pensionato. Allo stesso tempo, viene riconosciuta la necessità di recuperare somme indebitamente erogate o contributi non versati, al fine di garantire la stabilità finanziaria dell’INPS e, più in generale, dell’intero sistema previdenziale.
La pronuncia rafforza, quindi, l’idea di un bilanciamento ragionevole tra diritti individuali e interesse collettivo, confermando la legittimità di una disciplina speciale fondata sulla natura dei crediti previdenziali e sui principi costituzionali di solidarietà e sostenibilità.
Riassumendo
- La Corte costituzionale conferma la legittimità del pignoramento pensione da parte dell’INPS.
- Il prelievo può avvenire fino a un quinto, garantendo sempre il trattamento minimo.
- La disciplina speciale deriva dalla natura dei crediti previdenziali da recuperare.
- Nessun contrasto con l’art. 545 c.p.c., poiché le finalità delle norme sono diverse.
- Il recupero degli indebiti tutela l’equilibrio e la sostenibilità del sistema pensionistico.
- Il bilanciamento tra diritti del pensionato e interesse generale è ritenuto costituzionalmente corretto.