Il premier Narendra Modi ha definito quello appena stipulato preliminarmente tra India e Unione Europea (UE) “la madre di tutti gli accordi commerciali”. Erano presenti a Nuova Delhi per Bruxelles la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio, Antonio Costa. Le parole saranno di circostanza, ma c’è del vero in quelle che ha usato il capo del governo indiano. L’accordo appena stretto con il Vecchio Continente può plasmare la geopolitica nei prossimi decenni, a patto che venga portato avanti. E quanto accaduto nei giorni scorsi sul Mercosur ci impone qualche prudenza.
Accordo tra UE e India
I termini dell’accordo tra UE e India vanno nella direzione di liberalizzare gli scambi. Questi ammontavano a 120 miliardi di euro nel 2024, oltre a 60 miliardi relativi ai servizi e raddoppiati rispetto al 2020. I dazi saranno cancellati o fortemente diminuiti sul 96,6% delle merci in valore (99% in volumi) importate ed esportate tra le due parti. Tra le novità più importanti, le auto europee non saranno più soggette in toto alle maxi-tariffe del 110% sul mercato indiano. Scenderanno al 10% sulle prime 250.000 importazioni all’anno.
In cambio, acciaio indiano esentasse nell’UE per le prime 1,6 milioni di tonnellate ogni anno.
Ci sono elementi significati per l’economia italiana: i prodotti farmaceutici, di cui siamo grandi esportatori nel mondo, vedranno azzerati i dazi dall’11% attuale. Sui vini pregiati scenderanno dal 150% al 20% e sui vini ordinari al 30%. Sulla pasta i dazi saranno azzerati dal 50% imposto fino ad oggi. Per le 6.000 aziende UE che operano nel subcontinente asiatico la Commissione stima risparmi annui per 4 miliardi.
Il beneficio sarà di gran lunga maggiore: potenziamento degli scambi bilaterali a beneficio di imprese e consumatori. Nuove opportunità di crescita per le nostre aziende, ma allo stesso tempo una maggiore concorrenza da un’economia con un costo del lavoro assai inferiore persino alla Cina.
Dati su interscambi commerciali
La bilancia commerciale finora è stata squilibrata a favore dell’India: 71,4 miliardi di euro le importazioni nell’UE e 48,8 miliardi le nostre esportazioni. La scommessa dell’UE è triplice: potenziare le esportazioni, allentare la dipendenza dal mercato cinese e inviare un segnale agli Stati Uniti di Donald Trump. La premessa è essenziale: pensare di rimpiazzare il mercato americano con Nuova Delhi è semplicemente ridicolo. L’interscambio UE-USA nel 2024 sfiorava i 1.000 miliardi di dollari con un avanzo commerciale per noi di 236 miliardi.
Né è pensabile che da un giorno all’altro l’India possa sostituire la stessa Cina, con cui abbiamo avuto scambi commerciali nel 2024 per 845 miliardi di euro. In quel caso, le nostre esportazioni per 213,2 miliardi sono state surclassate dalle importazioni per 519 miliardi. Un passivo di oltre 300 miliardi, che risulta essere superiore in valore assoluto e in percentuale al Pil a quello che aveva la stessa America prima dei dazi. L’India figura quarta economia mondiale con un Pil nel 2025 stimato a circa 4.150 miliardi di dollari contro i 20.100 miliardi della Cina. A parità di popolazione, vale poco più di un quinto in termini economici.
L’India non può sostituire subito la Cina
Analoghe, invece, le percentuali delle importazioni dall’UE rispetto al Pil: 1,35% in India, 1,2% in Cina. Questi dati ci segnalano che salire ai livelli degli interscambi UE-Cina sarà una strada lunga. Occorre che Nuova Delhi esca definitivamente dal sottosviluppo e continui a crescere ai ritmi veloci di questi anni per un lasso di tempo duraturo. Nel quinquennio 2021-2025, il suo Pil reale in dollari risulta aumentato del 47,3% (media: 8,1%) contro il 30% della Cina (media: 5,4%). C’è chi sospetta che questo sarà il secolo indiano e non cinese, contrariamente a quanto ci siamo raccontati negli ultimi anni.
Significato geopolitico
Perché questo accordo tra UE e India cade in una fase cruciale? Gli USA stanno dimostrando con i fatti di non tenere all’UE come partner privilegiato e di volere picconare il sistema del libero scambio per cercare di migliorare la bilancia commerciale e rilanciare la manifattura. Allo stesso tempo, la dipendenza dalla Cina sulle materie prime è diventata per noi un nuovo fattore di debolezza strategica. Già con la pandemia è risaltato agli occhi dei governi il rischio geopolitico. Ne è nata la necessità sia di accorciare le filiere produttive, sia di allentare la dipendenza da partner potenzialmente ostili come Pechino.
Il “reshoring” dalla Cina ad economie per noi più rassicuranti come India e Vietnam sta contribuendo al potenziamento dei tassi di crescita di queste. Le multinazionali occidentali spostano la loro produzione dove corrono rischi minori e il costo del lavoro e della regolamentazione risulta inferiore. L’India fa parte dei Brics, essendone fondatrice. Tuttavia, è un avversario geopolitico della Cina, in quanto ambisce ad elevarsi a potenza regionale. Ciò contrasta con gli obiettivi strategici della dittatura cinese.
Accordo tra UE e India di natura anti-cinese
L’accordo tra UE e India arriva in ritardo di anni rispetto a quanto sarebbe stato desiderabile per non legarsi mani e piedi a nessuno. Esso non nasce con un’impostazione esplicitamente anti-cinese, ma è nella sua natura esserlo. Pur essendo un segnale di autonomia e perdita di pazienza lanciato da Bruxelles all’alleato americano, ne asseconda i desiderata. Washington vuole che l’intero Occidente smetta di stringere accordi con il suo nemico strategico, com’è stato chiaro in questi giorni con la minaccia al Canada. Per questo può vedere di buon occhio una diversificazione degli scambi europei a favore di economie non apertamente ostili come l’India.
Non c’è solo economia in questa firma storica, ma tanta geopolitica.
giuseppe.timpone@investireoggi.it