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Oggi: 17 Feb, 2026

Quando la politica riprende il controllo delle banche centrali: il prezzo che i mercati potrebbero pagare

L'indipendenza delle banche centrali è minacciata dopo decenni di dominanza fiscale garantita da politiche monetarie accomodanti.
1 mese fa
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Governi contro banche centrali
Governi contro banche centrali © Investireoggi.it

L’indagine a carico di Jerome Powell non è una notizia di cronaca giudiziaria americana, bensì finanziaria a tutti gli effetti. Segna un salto di qualità nello scontro tra governi e banche centrali dopo decenni di apparente connivenza pacifica. Parliamo al plurale, perché il tema non riguarda solamente gli Stati Uniti. I vertici degli altri istituti hanno solidarizzato con la Federal Reserve, evidentemente sotto attacco da parte della Casa Bianca. Ed è un gesto spontaneo tra “colleghi”, ma che suona come un monito ai rispettivi governi contro ingerenze simili.

Successo delle banche centrali contro l’inflazione

Per capire cosa stia accadendo, dobbiamo tornare indietro di quasi mezzo secolo.

Siamo agli inizi degli anni Ottanta e gli USA di Ronald Reagan decidono di lottare contro l’inflazione senza quartiere. Per farlo si affidano alle cure del governatore Paul Volcker, di nomina democratica sotto l’amministrazione di Jimmy Carter. Questi alza i tassi di interesse con l’avallo politico. La destra, tornata al governo più conservatrice e liberista da almeno sei decenni, era intenta a mostrarsi ai mercati seriamente intenzionata a porre fine a decenni di politiche fiscali e monetarie espansive.

Funzionò. L’inflazione passò dal 13,5% del 1980 all’1,9% del 1986. I governi delle principali economie mondiali avanzate del tempo capirono che per ottenere risultati stabili, avrebbero dovuto preservare l’indipendenza delle banche centrali. Il Regno Unito lo aveva già iniziato a fare sotto Margaret Thatcher, ma ufficialmente separarono i compiti tra cancelliere dello Scacchiere e Banca d’Inghilterra solamente nel maggio del 1997, a tre giorni dalla storica vittoria del laburista Tony Blair. In Italia Tesoro e Bankitalia divorziarono con la nota lettera inviata dall’allora ministro delle Finanze, Beniamino Andreatta, al governatore Carlo Azeglio Ciampi.

Obiettivi chiari pietra miliare per mercati

L’indipendenza delle banche centrali fu corredata da obiettivi chiari: tassi d’inflazione da perseguire nel medio periodo e considerati compatibili con la stabilità dei prezzi. Quasi ovunque furono introdotti nel tempo target del 2%. I governi si astennero non solo dall’interferire sulle decisioni di politica monetaria, ma anche dal commentarli. I mercati capirono la svolta e le aspettative d’inflazione si “raffreddarono” al punto da sradicare l’instabilità dei prezzi al consumo. I rendimenti obbligazionari scesero per una quarantina di anni fino a dopo la pandemia. Le borse nel frattempo salirono con l’indice Dow Jones a segnare un rialzo di oltre il 3.050% in 40 anni (media del 9%).

Indipendenza solo di facciata

Ma l’indipendenza delle banche centrali in assoluto non è mai esistita. Purtroppo o per fortuna, a seconda delle propensioni ideologiche. La stessa storia della FED smentisce tale convinzione. Con la nomina di Alan Greenspan nel 1987 a governatore, i mercati notarono l’istituto in campo per sostenerli nei momenti di crisi. Ciò avvenne con il tonfo della borsa nello stesso 1987 e con la crisi della new economy nel 2000. Un intervento noto come “Greenspan put”, che alimentò la speculazione finanziaria e creò le basi per il crac dei mutui subprime dal 2007 in avanti.

Quest’ultima crisi fu temuta al punto da spingere le principali banche centrali ad intervenire con misure di politica monetaria senza precedenti. I tassi di interesse vennero azzerati e in molti casi portati in negativo (BNS, BCE, Banca del Giappone e Riksbank). Ci furono acquisti massicci di bond per iniettare liquidità sui mercati e con la conseguenza che i governi poterono indebitarsi a lungo pagando spiccioli di interessi. Ad un tratto, la Germania fu capace di rifinanziarsi lungo l’intera curva delle scadenze a rendimenti negativi.

Dominanza fiscale dal 2008

Era la dominanza fiscale. Le banche centrali, una volta intervenute per difendere genuinamente le economie da un temuto collasso in stile crisi del ’29, non riuscirono più a ritirarsi dai mercati. Ebbero paura delle conseguenze, si mostrarono compiacenti con i governi di turno e caddero nella trappola dell’onnipotenza. I governi stessi immaginarono che la festa sarebbe durata per sempre e non si curarono più di fare ordini tra i conti pubblici, evitando di scegliere tra priorità di spesa. Fu il dilagare del populismo, cioè della convinzione che tutto potesse finanziarsi a costo zero. I debiti aumentavano e nessuno sembrava pagare.

La festa finì bruscamente dopo la pandemia, quando l’inflazione riesplose ai massimi dagli anni Ottanta per le interruzioni nelle catene produttive a causa delle restrizioni anti-Covid e per il caro energia divampato con la guerra tra Russia e Ucraina. I tassi tornarono a salire e le banche centrali da amiche si trasformarono in nemiche di governi sempre più deboli e privi di consenso. Trump interpreta a modo suo e in maniera eclatante il pensiero di molti suoi colleghi nel mondo: i tassi devono scendere o sarà crisi fiscale e finanche istituzionale. E’ accusato di attentare all’indipendenza della FED, anche se questa è venuta meno già quando Ben Bernanke e successori decidevano di salvare banche e conti pubblici ai danni dei risparmiatori e nei fatti ponendo fine alla separazione dei compiti decisa negli anni Ottanta.

Mercati scontano cambio di paradigma per banche centrali

I mercati hanno mangiato la foglia.

I rendimenti a lungo termine hanno smesso di scendere, anzi sono risaliti nel 2025 e malgrado il taglio dei tassi. Temono per la ripresa strutturale dell’inflazione e l’aumento dei debiti. Fino al 2022 il sostegno ai governi dalle banche centrali era arrivato in un contesto di bassa o nulla inflazione, se non di deflazione come in Giappone. Adesso, avverrebbe ai danni della stabilità dei prezzi. Una violazione degli statuti, i quali non sono scolpiti nelle rocce. Persino le costituzioni si modificano quando si avverte la necessità di adeguarle allo spirito dei tempi. Ci sarà sempre modo e tempo per rivedere ufficialmente o non i target che si pensava avrebbero retto per chissà quanti decenni ancora.

Del resto, già dopo la crisi del 2008 il Premio Nobel Paul Krugman avvertiva della necessità di tendere a target d’inflazione almeno al 3% per comunicare ai mercati la maggiore liquidità strutturale garantita dalle banche centrali. Parvero elucubrazioni teoriche, mentre oggi è più palese che mai la volontà dei governi di trovare il modo di gestire debiti in aumento senza cure dolorose esplicite per i cittadini-contribuenti. Scartando l’ipotesi della ristrutturazione, che conclamerebbe il fallimento degli stati, resta in piedi la monetizzazione attraverso tassi d’inflazione incontrastati e la repressione finanziaria ai danni dei creditori. I governatori si gireranno dall’altra parte, perché il loro compito non è mai stato di rispondere al “popolo”, bensì alle istituzioni che li hanno nominati.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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