Nessuna apertura da Copenaghen e Nuuk per l’offerta degli Stati Uniti di comprare la Groenlandia. Per la premier danese Mette Frederiksen non se ne parla nemmeno e il primo ministro dell’isola, Jens-Frederik Nielsen, ha chiarito nei giorni scorsi che, se fossero costretti a scegliere tra USA e Danimarca, gli abitanti opterebbero per la seconda. Anche il ministro degli Esteri groenlandese, Vivian Motzfeldt, ha ribadito che la sua terra fa parte “del Regno di Danimarca”. Ma la Casa Bianca non molla e alcuni funzionari e accademici americani riportano che sarebbe disposta a pagare fino a 700 miliardi di dollari per avere l’ambito controllo totale dell’Artico.
Offerta di Trump per la Groenlandia
La cifra sarebbe altissima in senso assoluto, sebbene varrebbe poco più del 2% del Pil americano. Un affare sostenibile per Washington e che ingolosirebbe tantissimo Copenaghen. Il Pil danese vale appena 430 miliardi di dollari. Attenzione: i danesi sono tra i più ricchi al mondo con un Pil pro-capite sopra 70.000 dollari. Ma sono soltanto 6 milioni e questo rende la cifra ventilata molto allettante. Equivarrebbe a più del 160% del Pil. Come se all’Italia offrissero sui 4.200 miliardi di dollari.
Vari impieghi possibili
Immaginate per un attimo che il governo danese accetti la proposta. Cosa ci farebbe con questo immenso flusso di denaro? Per prima cosa, sarebbe verosimile ipotizzare che azzeri il suo debito di appena 140 miliardi di dollari, pari a circa il 30% del Pil. In questo modo, annullerebbe anche la spesa per interessi, per quanto bassissima essa sia. Ricordiamo che la Danimarca fa parte dell’esclusivo club con rating tripla A, essendo massimamente affidabile sul piano fiscale.
Gli basterebbe investire sui mercati i 550-560 miliardi rimasti per garantire un flusso di reddito costante. Senza esporsi a rischi eccessivi, pensate che solamente acquistando titoli del debito USA a 30 anni, il cui rendimento attuale è del 4,80%, la Danimarca si garantirebbe qualcosa come 26-27 miliardi di dollari all’anno, corrispondenti al 6% del suo Pil. Una entrata straordinaria capace di sostenere in vari modi l’economia scandinava. Copenaghen potrebbe, ad esempio, azzerare l’imposta sugli utili delle imprese, attirando così investimenti da tutto il mondo. E potrebbe ridurre anche le imposte sui redditi personali e d’impresa, che valgono circa un quarto del Pil.
Fondo sovrano come in Norvegia
Comunque sia, avrebbe la possibilità di tagliare la sua elevatissima pressione fiscale, portandola in area 37-38% del Pil. Ma potrebbe ragionare diversamente. Così come la Norvegia sfrutta il suo fondo sovrano per garantirsi una solidità finanziaria di lungo periodo, la Danimarca potrebbe optare per reinvestire i proventi degli investimenti e aumentare così di anno in anno le dimensioni del suo fondo. Ad esempio, con un rendimento netto del 4% all’anno, questi salirebbe a 1.800 miliardi in 30 anni. Sarebbero 300.000 dollari per abitante.
I benefici non sarebbero soltanto di tipo economico, accrescendo il benessere di uno degli stati già più invidiati al mondo per la qualità elevatissima dei suoi servizi pubblici; con così tanta ricchezza, la Danimarca diverrebbe un attore protagonista nello scacchiere geopolitico internazionale.
Oslo influenza i mercati finanziari con i suoi 1.600 miliardi investiti in diverse migliaia di società quotate in tutto il mondo e nei cui board è rappresentata. Uno scenario simile si prospetterebbe per i danesi.
Difficile che Trump compri la Groenlandia
Difficile, però, che Trump riesca a comprare la Groenlandia. Non basterebbe agitare un grosso assegno davanti alla faccia della premier Frederiksen. Più probabile che le parti giungano a un accordo simile a quello che regola le relazioni tra Stati Uniti e isole come Palau, Micronesia e Marshall: presenza militare in cambio di finanziamenti. Costerebbe molto meno a Washington e sarebbe politicamente più accettabile per Copenaghen. Si tratterrebbe, nel concreto, di potenziare l’Accordo di Difesa del 1951 e che già prevede basi americane sull’isola nell’area di Pituffik.
giuseppe.timpone@investireoggi.it