Petrolio in leggero calo sui mercati internazionali alle prime battute della prima seduta di negoziazioni dopo la cattura dell’ormai ex dittatore del Venezuela, Nicolas Maduro, da parte dei militari americani. Il Brent scende di 32 centesimi a 60,43 dollari al barile mentre scriviamo, così come il WTI perde 37 centesimi e si porta a 59,65 dollari. Quanto sta avvenendo a Caracas avrà effetti di lungo periodo sul mercato globale dell’energia, e non solo.
Venezuela di Maduro a corto di petrolio
Il Venezuela è lo stato con le maggiori riserve petrolifere al mondo accertate, stimate nell’ordine di oltre 300 miliardi di barili. Tuttavia, da anni era non riesce quasi ad estrarlo, al punto che gli stessi venezuelani restano a secco di carburante ed energia elettrica. Le cause di questo paradosso risiedono in decenni di sotto-investimenti nell’industria durante il “chavismo”.
Sin dalla fine degli anni Novanta, infatti, il petrolio è stato considerato semplicemente fonte di distribuzione di prebende e cariche pubbliche a favore degli allineati al regime.
Il resto lo hanno fatto le sanzioni americane e l’isolamento finanziario internazionale in cui si era cacciato il Venezuela “chavista”. Ed è così che le estrazioni medie giornaliere, che nei primi anni Duemila viaggiavano ancora sopra 3 milioni di barili e ancora all’arrivo di Maduro erano a 2,5 milioni, risultano collassate a 7-800.000. Una quota di mercato inferiore allo 0,7%. Nei fatti, lo stato andino è diventato marginale sul mercato petrolifero mondiale. Per questo motivo non stiamo assistendo in queste ore a scossoni di rilievo nelle contrattazioni.
Verso la fine delle sanzioni USA
La cattura di Maduro può cambiare lo stato delle cose.
In quale direzione? Il presidente americano Donald Trump è stato esplicito: gli Stati Uniti gestiranno le immense risorse petrolifere e transitoriamente il potere a Caracas quasi direttamente. Questo significa solo una cosa, ossia che le compagnie petrolifere americane torneranno a fare affari nel Paese. L’embargo sarà verosimilmente allentato o cancellato, consentendo alla PDVSA di stringere le partnership con colossi come Chevron e di effettuare gli investimenti necessari per aumentare le estrazioni.
OPEC meno forte
Nel medio periodo (12-24 mesi) la produzione potrà aumentare di 300-350.000 barili al giorno, nulla che possa impattare notevolmente sui mercati internazionali. Ad ogni modo, l’attesa crescita arriverebbe in un contesto globale già caratterizzato da un eccesso di offerta. Ricordiamo anche che il Venezuela è membro dell’OPEC, il cartello petrolifero guidato dall’Arabia Saudita. Il fatto che Caracas torni a gravitare nell’orbita di Washington, può creare tensioni all’interno dell’organizzazione. Non possiamo neanche escludere che se ne esca. Comunque sia, l’influenza di quest’ultima sul mercato si affievolisce ulteriormente. E questo depone a favore di una sua ridotta capacità di incidere sui prezzi. Uno scenario più tendenzialmente “bearish”, che giustifica la reazione di queste ore.
Vincitori e vinti
Chi saranno i probabili vincitori e sconfitti? Gli Stati Uniti senza dubbio rientrano tra i primi. Per quanto siano diventati la prima potenza produttrice di petrolio al mondo grazie al boom dello “shale”, restano consumatori netti di energia.
E recuperando il Venezuela dopo i decenni sotto Hugo Chavez e Maduro, potranno incrementare l’approvvigionamento di petrolio e azzerare del tutto la dipendenza dal resto del mondo, fatta eccezione per Canada e per l’appunto Caracas.
Le raffinerie nel Golfo del Messico potranno aumentare il business con le importazioni di petrolio “pesante” dal Venezuela, cioè ricco di zolfo. Potranno così funzionare a pieno regime a beneficio dei margini di profitto. Tra i perdenti abbiamo Russia e Arabia Saudita, perlomeno sul piano strettamente energetico e per le ragioni sopra descritte: minore capacità di ricatto verso il resto del mondo con la ridotta influenza sul mercato. Lo stesso dicasi per il Canada, che vanterà una leva negoziale più blanda nei confronti dell’alleato.
Impatto sull’Europa
E l’Europa? La cattura di Maduro e la sua estromissione dal potere in Venezuela non la impatta direttamente, ma in qualità di consumatore di petrolio potrà beneficiare del tendenziale aumento dell’offerta nel medio e lungo periodo. Considerate che, se le estrazioni nello stato sudamericano torneranno ai massimi pre-chavisti, ci saranno sul mercato globale almeno 2 milioni di barili al giorno in più a disposizione. Questo implica un minore rischio geopolitico per l’energia, tanto è vero che l’amministrazione Biden si era vista costretta ad allentare l’embargo al Venezuela nell’ottobre del 2023 per stemperare le tensioni internazionali dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.
Più petrolio dal Venezuela dopo Maduro
In definitiva, il Venezuela di Maduro è stato un attore marginale sul mercato del petrolio. Questo fa sì che la reazione alla sua cattura non sarà dirompente. Si apre, però, uno scenario tutto nuovo e maggiormente favorevole alle economie importatrici. I risultati non si vedranno nel breve periodo, ma già verranno gradualmente scontati man mano che le relazioni diplomatiche ed economiche saranno normalizzate tra Caracas e Occidente.
giuseppe.timpone@investireoggi.it