Il lavoro da remoto non impedisce l’accesso alle agevolazioni fiscali previste per chi torna a vivere e lavorare in Italia dopo un periodo all’estero. Questo principio viene ribadito dall’Agenzia delle Entrate in un recente chiarimento che offre indicazioni importanti per molti lavoratori rientrati o in procinto di rientrare nel Paese. Il focus è sul nuovo regime impatriati, aggiornato dopo le ultime modifiche normative, e sul rapporto tra smart working e requisiti fiscali.
Il regime impatriati e il lavoro da remoto
Il regime impatriati è una misura pensata per favorire il rientro in Italia di lavoratori qualificati che hanno maturato esperienze professionali all’estero.
La questione affrontata dall’Amministrazione finanziaria riguarda la compatibilità tra questo beneficio e lo svolgimento dell’attività lavorativa in modalità agile.
Il caso analizzato (Risposta n. 2/2026) riguarda un lavoratore che si era trasferito nel Regno Unito per motivi professionali nel 2020 e che, alla fine del 2025, ha fatto ritorno in Italia firmando un nuovo contratto con una società diversa. Nel nuovo accordo è prevista la possibilità di lavorare in smart working. Secondo l’Agenzia, questa modalità non rappresenta un ostacolo all’accesso al regime impatriati, purché l’attività sia svolta prevalentemente sul territorio italiano e siano rispettate tutte le condizioni previste dalla legge.
Il chiarimento è particolarmente rilevante perché conferma un orientamento già espresso in passato, adattandolo alla disciplina aggiornata in vigore dal 2026.
Le regole aggiornate dopo la Legge di Bilancio 2026
Il nuovo regime impatriati, modificato dalla Legge di Bilancio 2026, prevede una tassazione agevolata dei redditi da lavoro. In pratica, solo il 50% dei compensi viene assoggettato a imposta, entro un limite massimo di 600 mila euro annui.
L’agevolazione ha una durata di cinque anni, a partire dal periodo d’imposta di rientro.
Per poter beneficiare del regime impatriati è necessario rispettare alcune condizioni fondamentali. Tra queste rientra l’impegno a mantenere la residenza fiscale in Italia per un determinato periodo, elemento essenziale per consolidare il beneficio. Inoltre, non bisogna essere stati residenti fiscalmente in Italia nei tre anni precedenti al rientro.
Un altro requisito chiave riguarda lo svolgimento dell’attività lavorativa, che deve avvenire in misura prevalente in Italia. Questo aspetto è centrale anche nel caso del lavoro da remoto. Infine, è richiesta una qualificazione elevata o una specifica specializzazione professionale, coerente con l’obiettivo della norma di attrarre competenze.
Il requisito della permanenza all’estero e il datore di lavoro
Uno dei punti più delicati del regime impatriati riguarda la durata minima della permanenza all’estero prima del rientro. In linea generale, la normativa richiede almeno tre anni di residenza fuori dall’Italia. Tuttavia, questo periodo può allungarsi in presenza di determinate situazioni legate al datore di lavoro.
Se il lavoratore rientra in Italia continuando a collaborare con lo stesso soggetto o con un’azienda appartenente allo stesso gruppo per cui lavorava all’estero, il periodo minimo sale a sei anni. La durata diventa addirittura di sette anni nel caso in cui, prima del trasferimento oltre confine, vi fosse già stato un rapporto di lavoro in Italia con lo stesso datore o gruppo societario.
Queste regole mirano a evitare utilizzi strumentali del regime impatriati e a garantire che il rientro sia effettivo e duraturo, rafforzando il legame tra lavoratore e territorio nazionale.
Chiarimenti finali sul regime impatriati e lo smart working
Il nodo dello smart working viene sciolto in modo chiaro dall’Agenzia delle Entrate. Nel documento di chiarimento del gennaio 2026 viene richiamata anche una precedente posizione del 2021, nella quale era già stato affermato che il lavoro agile non escludeva l’accesso alle agevolazioni previste dal vecchio regime impatriati.
Applicando lo stesso principio alla disciplina attuale, l’Amministrazione conferma che un lavoratore rientrato in Italia alla fine del 2025, dopo un’esperienza nel Regno Unito, può accedere al nuovo regime impatriati dal 2026 e per i quattro anni successivi. La condizione essenziale è il rispetto di tutti i requisiti previsti dalla normativa, inclusa la prevalenza dell’attività lavorativa sul territorio italiano.
Questo chiarimento offre maggiore certezza a chi sceglie di rientrare in Italia senza rinunciare alla flessibilità del lavoro da remoto, rendendo il regime impatriati uno strumento ancora più attuale e coerente con le nuove modalità organizzative del lavoro.
Riassumendo
- Il lavoro da remoto non impedisce l’accesso al regime impatriati.
- Il chiarimento riguarda un rientro in Italia dopo un’esperienza lavorativa nel Regno Unito.
- Il regime impatriati consente la tassazione del 50% dei redditi fino a 600 mila euro.
- Sono richiesti residenza fiscale in Italia e assenza di residenza nei tre anni precedenti.
- La permanenza minima all’estero varia in base al rapporto con il datore di lavoro.
- Dal 2026 il regime impatriati vale cinque anni se tutti i requisiti sono rispettati.