Il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, partecipando al Festival dell’Economia di Trento ha ventilato l’ipotesi che la seconda aliquota Irpef del 33% venga estesa ai redditi fino a 60.000 euro rispetto ai 50.000 euro attuali, ma “compatibilmente con le disponibilità del bilancio”. Questo significa che l’aliquota del 43%, la terza e più alta prevista dal nostro sistema impositivo, scatterebbe 10.000 euro sopra i livelli attuali. Oltre alla carenza di risorse, nessun governo in Italia riesce a ridurre il carico fiscale ai redditi più alti per l’accusa che riceverebbero di favorire “i ricchi”. E di questo passo siamo arrivati alla situazione assurda, anzi grottesca, di considerare ricchi coloro che dichiarano qualcosa come 2.500 euro netti al mese.
Un reddito insufficiente per vivere in città come Milano, specie se in affitto.
Irpef 43%: confronto nel G7
L’Italia è una delle sette economie del G7, l’ossatura del vecchio mondo ricco. Non sembra a guardare proprio ai suoi livelli di imposizione fiscale. L’aliquota Irpef al 43% non risulta la più alta tra i Paesi del club, superata dal 45% di Francia, Germania, Regno Unito e Giappone. Ma il punto è che scatta da un livello di reddito così basso, da fare impallidire tutti i nostri partner. Ecco qual è la situazione negli altri stati del G7:
- Francia 45% da 181.918 euro
- Germania 45% da 277.826 euro
- UK 45% 125.140 sterline (145.512 euro)
- USA 37% 640.601 dollari (552.242 euro)
- Canada 33% 258.482 dollari canadesi (160.548 euro)
- Giappone 45% 40.000.000 yen (216.170 euro)
Aliquote più basse in Canada e USA
Soltanto USA e Canada impongono un’aliquota massima inferiore al 43% dell’Italia, ma tutti partono da livelli di reddito molto più alti dei nostri 50.000 euro. In Francia, siamo ad oltre tre volte e mezza.
Per giunta, Parigi applica il quoziente familiare, che riduce di moltissimo il carico fiscale sui nuclei con più figli. La Germania, indicata spesso come modello di giustizia sociale, fa partire l’aliquota massima del 45% da quasi 278.000 euro, circa cinque volte e mezzo l’Italia. Per non parlare degli Stati Uniti: il 37% solo sopra 640.601 dollari, che al cambio odierno fanno 552.242 euro. Oltre undici volte sopra i nostri 50.000 euro.
(Precisazione: ogni sistema fiscale presenta peculiarità tali da renderlo non del tutto comparabile agli altri. Ad esempio, il federalismo americano fa lievitare il carico effettivo con le aliquote previste dagli stati. In Giappone, ad esempio, si aggiunge una sorta di imposta in somma fissa del 10% a carico di tutti i contribuenti, che porta l’aliquota massima al 55%).
Fuga dei cervelli con alte aliquote
Questo è un problema grossissimo. Alta pressione fiscale significa bassi stipendi netti. Metti un laureato che dopo avere studiato in Italia si mette alla ricerca di un posto di lavoro. Ammesso che trovi un’impresa che gli offra lo stesso RAL di una concorrente straniera, sulla sua retribuzione graverà un’imposta più alta. Sarà molto più facile che l’Irpef al 43% scatti sin dai primi anni di lavoro rispetto all’estero. La delusione per quel poco che gli resta in tasca ogni mese lo spingerà probabilmente a valutare offerte concorrenti in Europa o persino fuori.
La “fuga dei cervelli” è una delle tante conseguenze devastanti di un regime fiscale infernale. Qualcuno rileverà che il potere di acquisto sia differente di stato in stato, che i nostri 50.000 euro valgano in molti casi di più dei 50.000 euro in Germania o Francia. Abbiamo tenuto conto proprio di questo dato per effettuare una comparazione a parità di potere di acquisto. Ed ecco quali risultano essere i redditi effettivi a partire dai quali gli altri stati del G7 applicano l’aliquota massima:
- Francia 170.000 euro (3,4 volte superiore)
- Germania 252.500 euro (5 volte superiore)
- UK 106.000 euro (2,1 volte superiore)
- USA 530.000 euro (10,6 volte superiore)
- Canada 183.000 euro (3,6 volte superiore)
- Giappone 241.000 euro (4,8 volte superiore)
Irpef 43% sistema fiscale inefficiente
Bando alle ciance: l’Italia considera ricchi coloro che all’estero verrebbero considerati ceto medio e forse anche con serie difficoltà di sopravvivenza. E non perché i nostri stipendi posseggano un potere di acquisto maggiore, quanto per un sistema fiscale stupido. Il fatto che neppure un governo di centro-destra riesca ad abbassare l’aliquota Irpef dal 43% o ad alzare la soglia a partire dalla quale imporla, denota molte specificità negative del Bel Paese: diffusa invidia sociale, parassitismo di ampie fasce dei contribuenti, egualitarismo esasperato, ignoranza sul funzionamento dell’economia e del mercato del lavoro.
Negli ultimi anni, il taglio delle tasse è stato concentrato tutto sui redditi fino a 28.000 euro lordi ed è stato perlopiù sterilizzato sopra i 50.000 euro dalla decurtazione delle detrazioni. I contribuenti soggetti all’aliquota Irpef del 43% sono appena il 6% del totale, ma versano il 54% dell’imposta complessiva. Anche questo un dato sul quale riflettere: pochi pagano per tutti, cioè anche per coloro che evasori totali o parziali, per chi non si dà da fare e chi guadagna troppo poco per contribuire alle spese dello stato in maniera diretta. E’ la spia di un sistema polarizzato tra chi paga troppo e chi troppo poco. Il denominatore comune è proprio un regime fiscale che non si è mai retto in piedi sin dalla sua istituzione con la riforma del 1973 e che ha alimentato evasione, sperperi e inefficienze.
giuseppe.timpone@investireoggi.it