Il Messico è da tempo tra i primissimi emittenti emergenti a rivolgersi ai mercati internazionali all’inizio di ogni anno. Lo ha fatto nei giorni scorsi con un nuovo bond in euro, sostenibile e tripla tranche. Un’altra occasione per esporsi verso una delle principali economie mondiali con un Pil di 1.860 miliardi di dollari a fine 2025. Dimentichiamo, però, che c’è in circolazione da oltre un decennio un bond a 100 anni emesso dal Messico e che alle attuali condizioni di mercato garantisce un rendimento netto del 5%.
Rendimento netto 5%, come si determina
A metà del decennio scorso, anche questa realtà latinoamericana approfittò dei bassi tassi di interesse per indebitarsi a lunghissima scadenza.
Il titolo in questione ha scadenza in data 15 marzo 2115 (ISIN: XS1218289103), per cui presenta una durata residua ancora di oltre 89 anni. La cedola fissa lorda è del 4%. Vi starete chiedendo come arriviamo al rendimento netto del 5% sopra indicato. Il fatto è che questo bond nel frattempo è sceso di prezzo, perché i tassi internazionali sono saliti. Ieri, scambiava alla Borsa di Francoforte a meno di 70 centesimi.
Vediamo cosa significa. Se tu compri un lotto minimo di 100.000 euro, che è la cifra che ti verrà rimborsata nel lontano 2115, dovrai spendere 69.750 euro. Uno sconto di oltre il 30% rispetto al valore nominale. In cambio, ogni anno riceverai in pagamento 4.000 euro, il 4% sui 100.000 euro di investimento. Poiché lo hai pagato molto meno, dovrai rapportare i 4.000 euro ai 69.750 euro effettivamente spesi. Il risultato fa 5,73%. Dobbiamo ancora effettuare un’altra operazione, cioè tenere conto dell’imposta del 12,50%. Ed ecco che i 4.000 euro di cedola scendono a 3.500 euro, che rapportati alla somma spesa esita un rendimento netto del 5%.
Possibili movimenti di prezzo futuri
Comprando adesso, riceveresti tale rendimento per tutta la vita e possibilmente anche per quella dei tuoi figli o nipoti. E senza alcun rischio valutario, essendo il bond denominato in euro. Il 5% è oggi più che soddisfacente, anche se non sappiamo se lo sarà tra alcuni anni o decenni. Questo lo dobbiamo mettere in conto ogni volta che investiamo a lungo termine. Se tra tot anni gli interessi salissero drasticamente, il titolo risulterebbe poco conveniente. A quel punto, ci converrebbe venderlo per acquistarne uno più redditizio. Il problema è che il mercato sarebbe disposto a comprarlo a prezzi più bassi, per cui subiremmo una perdita.
Con una duration di 16,74 anni, anche una variazione dei tassi di scarsa entità può impattare notevolmente sui prezzi. E c’è sempre il rischio di credito. Il Messico ha rating “investment grade”: BBB/BBB-/Baa2 per S&P/Fitch/Moody’s, con la terza ad avere prospettive “negative” e, pertanto, tenendosi pronta a tagliare il suo giudizio. Con un debito pubblico sotto il 60% del Pil, rischi imminenti non ce ne sarebbero. C’è da dire che questa economia emergente registra bassi tassi di crescita, stimati dall’OCSE allo 0,7% nel 2025 e all’1,2% nel 2026. E il debito estero a breve termine ammontava al 30 settembre scorso a 58,7 miliardi di dollari, più che coperto da quasi 110 miliardi di riserve valutarie.
Queste risultano sufficienti a garantire, però, appena 3,5 mesi di importazioni.
Fattore Pemex pesa su rating e debito
C’è un altro dato che pesa sull’affidabilità creditizia messicana: Pemex. La compagnia petrolifera statale è oberata da circa 100 miliardi di debiti. Lo stato la mantiene in vita dal punto di vista finanziario, ma ciò implica deficit più alti e un debito nascosto che incombe sul suo bilancio. Questa è la lunga premessa per ribadire che i pasti gratis non esistono. Il rendimento netto al 5% si deve ai rischi medi che l’investitore corre acquistando un titolo del debito emesso dal Messico. Ma garantirsi una tale percentuale praticamente senza fare nulla, può essere visto come un modo di far fruttare il capitale indipendentemente dalle tensioni finanziarie e dalla perdita di appeal di questo o quell’asset.
Rendimento netto 5%, ma occhio a dipendenza dagli USA
Il bond a 100 anni del Messico toccava il punto più basso nell’aprile dello scorso anno a 61 centesimi, quando arrivò ad offrire un rendimento netto del 5,75%. Il tonfo arrivò dopo l’annuncio dei dazi americani, visto che l’economia emergente esporta per l’80% proprio negli Stati Uniti, maturando un avanzo commerciale annuo pari al 10% del Pil. L’estrema dipendenza dal vicino “yankee” può rappresentare un problema. C’è il rischio che nei prossimi anni il governo propenda per una politica di sostegno alla crescita tramite la domanda interna, aumentando il debito pubblico. Ed ecco che un rendimento netto del 5% diverrebbe, tutto sommato, il minimo accettabile per prestare denaro ad un’economia in cerca di identità e posto nel mondo.
giuseppe.timpone@investireoggi.it