All’oro manca meno del 3% per arrivare a toccare e superare la soglia dei 5.000 dollari per oncia. Nella mattinata di oggi, le quotazioni internazionali si sono portate ad un passo dai 4.900 dollari, toccando il nuovo record storico di 4.886,45 dollari. Da quando è iniziato il 2026, cioè in appena tre settimane, il balzo è stato superiore al 13%. L’impennata sta coincidendo con le rinnovate tensioni geopolitiche. Se nei primi giorni di gennaio tutta l’attenzione mediatica era concentrata sul Venezuela con la cattura di Nicolas Maduro ad opera dei militari americani, adesso si è aperto il fronte artico. Il presidente americano Donald Trump reclama la vendita della Groenlandia da parte della Danimarca, innescando uno scontro con l’Unione Europea.
Ha altresì imposto dazi sugli 8 stati europei che hanno inviato un contingente nell’isola di ghiaccio.
Oro a 5.000 su tensioni USA-Europa
Le ragioni per comprare oro non mancano. La stessa reazione di Bruxelles potrebbe portare ad un’escalation con gli Stati Uniti. La Commissione per il momento non vuole usare il cosiddetto “bazooka”, un’ipotesi che contempla il blocco delle relazioni commerciali. Tra le misure alternative in discussione ci sono contro-dazi su prodotti e servizi americani per 93 miliardi di dollari, nonché la vendita di titoli del debito USA. La seconda crea più di un’apprensione a Washington per le ripercussioni negative che avrebbe sui rendimenti dei Treasury. Spaventa anche i mercati per le possibili conseguenze destabilizzanti sul piano globale.
Sfiducia verso valute mondiali
I bond americani sono il mercato più liquido al mondo in cui ogni giorno gli investitori si affacciano per regolare i flussi di liquidità in valuta americana.
Sono di fatto dollari che pagano interessi. Il boom dell’oro a 5.000 dollari è un segnale di sfiducia verso il biglietto verde, ma non solo. Il metallo giallo è considerato da secoli riserva di valore e unità di conto, vale a dire una moneta affidabile per regolare gli scambi. Le monete cartacee lo hanno rimpiazzato nell’era moderna, ma sull’assunto che ne mantenessero le caratteristiche fondamentali.
Già con la fine di Bretton Woods era diventato chiaro che le valute mondiali delle stesse economie avanzate fossero meno solide di quanto si credesse. Negli ultimi decenni, questa sensazione è andata rafforzandosi. Le banche centrali stampano banconote per tenere alta la liquidità sui mercati e basso il costo del denaro. In questo modo, cercano di vivacizzare economie in crisi strutturale, alle prese con debiti sempre più alti e tassi di crescita sempre più bassi. Le tensioni recenti consolidano la convinzione che i debiti dovranno salire ulteriormente per finanziare una nuova fase di riarmo globale con epicentro l’Europa.
Nuovi debiti col riarmo
L’oro sta già sfiorando i 5.000 dollari non tanto perché esista il timore di un nuovo conflitto mondiale o, addirittura, all’interno dello stesso Occidente. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha fatto emergere una realtà che nel Vecchio Continente i governi avevano nascosto a sé stessi per quasi 80 anni: la necessità di dotarsi di una politica di deterrenza.
E questo vuol dire aumentare le spese militari, che in una fase così di così palese debolezza per la politica europea non può che passare per maggiori emissioni di debito.
Le banche centrali stesse da tempo accatastano lingotti su lingotti per allentare la dipendenza da valute come il dollaro percepite non solo intrinsecamente deboli, ma persino rischiose sul piano geopolitico. Poiché non esistono alternative credibili, la corsa all’oro diventa l’unica soluzione possibile. L’euro non riesce ad approfittare della crisi di credibilità di Sua Maestà Il Dollaro, perché risente della frammentazione politica, economica e finanziaria dell’area che lo adotta. Inoltre, è la moneta unica di 21 stati pur sempre occidentali e poco autonomi dagli Stati Uniti e, pertanto, non meno rischiosa per economie come Russia, Cina, India, ecc. Il “congelamento” degli asset russi ha semplicemente confermato tale dubbio.
Rischio inflazione sostiene oro a 5.000 dollari
Non dobbiamo immaginare che gli investitori stiano mettendosi in casa lingotti d’oro. Investono perlopiù in ETF, cioè in quello che viene anche chiamato “oro di carta”. Questi strumenti ne possedevano a fine 2025 circa 3.600 tonnellate, che ai prezzi attuali corrispondono a un controvalore di 618 miliardi di dollari. Oltre ai debiti c’è il rischio inflazione a generare paura. E’ vero che i prezzi al consumo hanno smesso di correre presso tutte le grandi economie, ma le banche centrali potrebbero riattivare gli stimoli monetari sospesi dopo la pandemia per sostenere le politiche fiscali espansive dei governi. E ricordate che l’inflazione esplose proprio quando i tassi zero o negativi si accompagnarono agli stimoli fiscali in forma di sussidi e spesa pubblica in deficit. L’oro potrà ben superare la soglia dei 5.000 dollari entro breve.
giuseppe.timpone@investireoggi.it