L’arma a doppio taglio dei titoli di stato indicizzati

I titoli di stato indicizzati rappresentano una buona opportunità d'investimento per le famiglie, ma anche un costo inatteso per il Tesoro

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Titoli di stato indicizzati

Tra un paio di settimane prende il via il 18-esimo collocamento del BTp Italia. Capiremo se il mercato retail (famiglie) sia propenso ad investire in titoli di stato indicizzati all’inflazione italiana in un momento in cui i prezzi al consumo corrono. Grazie alla rivalutazione di cedole e capitale, questi bond offrono la possibilità agli investitori di proteggere il proprio potere di acquisto. Lo stesso dicasi per i BTp€i, che sono indicizzati all’inflazione dell’Area Euro.

I titoli di stato indicizzati possono anche essere un’arma a doppio taglio per chi li emette, cioè il Tesoro. D’altra parte, essi sono una scommessa. Come quando ti rechi in un’agenzia assicurativa per contrarre la polizza anti-incendio per l’auto. La compagnia scommette che nel periodo di copertura non avverrà alcun incendio e tu ti proteggi per il caso in cui l’evento si verificasse.

In Italia di titoli di stato indicizzati in circolazione al 30 settembre scorso ve ne erano per oltre 435 miliardi di euro.

Parliamo dei suddetti BTp Italia (85,85 miliardi), dei BTpei (179,85 miliardi), dei BTp Futura (20,59 miliardi) e dei CcTeu (149 miliardi). Questi ultimi sono molto meno noti tra le famiglie. Essi staccano cedole semestrali agganciate al tasso Euribor a 6 mesi. In totale, l’11,7% del debito pubblico italiano a settembre risultava indicizzato.

Titoli di stato indicizzati non solo all’inflazione

Tutto bene quando l’inflazione e i tassi d’interesse restano bassi. Ma il costo per i contribuenti sale quando questi iniziano a salire repentinamente. Tant’è che l’agenzia di rating Scope ha stimato in una decina di miliardi di euro l’impatto sui conti pubblici dai titoli di stato indicizzati.

Con l’inflazione all’11,9% a ottobre, l’Italia si accinge ad erogare una sostanziosa rivalutazione di bond e cedole nei prossimi mesi. Ad esempio, il BTp Italia 2030 vedrebbe a dicembre lo stacco di una maxi-cedola del 7% netto.

E c’è da dire che l’inflazione si trascina dietro l’Euribor, che sulla scadenza a 6 mesi si è impennato quest’anno da -0,54% al 2,13%. Dunque, esborsi salati per lo stato. E’ anche questa la ragione per cui le relative emissioni tendono ad essere contenute in rapporto all’intero stock in circolazione. Tra l’altro, con la pandemia lo stato ha offerto anche quattro BTp Futura, che sono titoli di stato parzialmente indicizzati al PIL nominale tramite il premio fedeltà. Anche in questo caso agisce l’inflazione: più sale, più fa crescere il PIL nominale del periodo considerato e più alto sarà il premio fedeltà staccato alle scadenze indicate.

Unica consolazione per lo stato consiste nel fatto che il peso del debito pubblico tende a diminuire nei periodi di alta inflazione. Infatti, il denominatore (PIL) cresce velocemente e abbatte il rapporto. E le entrate fiscali salgono per effetto della crescita nominale dei redditi e del fatturato. Ma se tutto il debito fosse agganciato all’inflazione, il beneficio quasi svanirebbe del tutto. In sostanza, i titoli di stato indicizzati sono una buona idea per attirare investitori, ma vanno maneggiati con cura.

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