Ecco perché spread e rendimenti italiani sono crollati da lunedì

Spread e rendimenti italiani in netto calo già dalla seduta di inizio settimana. Il trend apparentemente anomalo si spiega con i dati macro.

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Spread e rendimenti italiani in calo

La settimana è partita bene per il mercato dei bond. E anche i rendimenti italiani ne hanno approfittato per ripiegare decisamente. Il BTp a 10 anni aveva chiuso al 4,50% venerdì scorso, mentre già al termine della seduta di questo lunedì scendeva sotto il 4,20%. Ieri pomeriggio, si collocava al 4,10%. Giù anche lo spread, che passa da 245 a meno di 230 punti base. Un’apparente inversione del trend che conforta, dati i forti rialzi nelle ultime settimane. A cosa è dovuta? Avete idea quando si dice che sui mercati “le cattive notizie sono buone notizie”? E’ quanto accaduto anche stavolta. Il dato sulla manifattura in Germania a settembre è sceso da 49,1 a 47,8 punti, il minimo da giugno 2020. Considerate che sotto 50 punti, l’attività economica risulta essere in recessione.

Rendimenti italiani giù con i dati manifatturieri

Peraltro, anche negli USA il PMI manifatturiero è risultato sotto le attese, pur ancora sopra la soglia dei 50 punti. Nel complesso, gli investitori vi hanno scorto una possibile frenata delle principali banche centrali sul fronte dei rialzi dei tassi d’interesse.

In altre parole, poiché le grandi economie inizierebbero a segnalare cedimenti, il costo del denaro potrebbe salire meno del previsto nei prossimi mesi. Ed ecco che i rendimenti italiani, similmente a quelli nel resto dell’Eurozona, sono scesi insieme allo spread.

La discesa di quest’ultimo non era scontata. Evidentemente, i rendimenti italiani si sono ridotti più velocemente di quelli tedeschi. E ciò è perfettamente spiegabile con il minore rischio sovrano percepito sui mercati verso l’Italia con tassi d’interesse futuri potenzialmente più bassi. L’enorme mole del nostro debito pubblico intimorisce chi investe, in particolare, nelle fasi di aumenti del costo del denaro.

E lo spread tende a salire insieme ai tassi BCE. Viceversa, tende a scendere.

Spread tra governo Meloni e inflazione

C’è da aggiungere anche che la linea seguita sin qui dalla premier in pectore Giorgia Meloni appare rassicurante per i mercati. Sembra che il prossimo ministro dell’Economia possa essere uno tra Fabio Panetta e Domenico Siniscalco, entrambi considerati autorevoli e apprezzati dai mercati. Non sembra esservi nell’aria alcuno scontro in vista tra Roma e Bruxelles sui conti pubblici. Insomma, siamo in una fase del tutto diversa da quella che caratterizzò molto negativamente le relazioni Italia-Commissione UE nella seconda metà del 2018.

Certo, non dobbiamo dimenticare che l’inflazione nell’Eurozona è salita al 10% a settembre. Se i tassi BCE saranno alzati meno vigorosamente per effetto della recessione economica presumibilmente già in corso nell’area, d’altra parte le aspettative d’inflazione rischiano di “surriscaldarsi” e tenere alti i rendimenti italiani. Al contrario, lo spread potrebbe giovarsi di una fase di stagflazione, se questa si caratterizzasse da tassi d’interesse contenuti e un rapporto debito/PIL in calo.

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