Allarme Commerzbank: “Vendere BTp, saranno declassati a spazzatura”

La banca tedesca invita i clienti a vendere titoli di stato italiani, considerando "quasi inevitabile" il loro declassamento a un rating "non investment grade". Rischiamo un'impennata dello spread.

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La banca tedesca invita i clienti a vendere titoli di stato italiani, considerando

Risuona l’allarme spread, dopo che Bloomberg ha riportato una nota inviata da Commerzbank ai suoi clienti, con la quale li si invita a chiudere le posizioni “long” sui BTp, cioè a vendere titoli di stato italiani, considerando “quasi inevitabile” il loro declassamento a “junk” o “spazzatura”, a causa del peggioramento atteso dei conti pubblici dell’Italia per combattere il Coronavirus. Secondo l’istituto tedesco, il rapporto debito/pil quest’anno nel nostro Paese sfiorerà il 150%, scendendo intorno al 145% nel 2021, quando l’economia rimbalzerà dopo la crisi, ma questo non assicura, spiega, contro un “downgrade”.

Ecco cosa succede se le agenzie di rating declassano i BTp a “spazzatura”

Il viceministro allo Sviluppo, Stefano Buffagni, del Movimento 5 Stelle ha reagito duramente alla notizia, definendo un “attacco della Germania” questo invito a vendere BTp e “mentre l’Italia piange oltre 10.000 morti”, notando come Commerzbank sia partecipata dallo stato per il 15%.

Torna alla mente quanto accadde nell’estate del 2011, quando dalla semestrale di Deutsche Bank emerse una riduzione considerevole dei BTp a bilancio, con il mercato a dedurne che la principale banca tedesca stesse vendendo titoli di stato italiano fiutandone i rischi. Seguì un effetto imitazione, che di lì a poche settimane fece esplodere l’emergenza spread, sebbene poi si scoprì che le vendite di DB fossero dovute alla necessità di ridurre le esposizioni dopo l’integrazione con Postbank, anch’essa detentrice dei bond italiani. Ma il clima di deterioramento sui nostri titoli non venne meno, anzi peggiorò e culminò nei mesi seguenti, portando alle dimissioni il governo Berlusconi.

Il precedente del 2011

Il parallelismo con allora fa tremare i polsi. I declassamenti di quel periodo ci hanno portato alla condizione attuale, cioè a ridosso dell’area “junk” o più tecnicamente “non investment grade”, quella che inizia con il rating “BB+”.

Questi livelli di giudizio da parte delle agenzie implicano che l’emittente venga considerato “speculativo” e che molti fondi d’investimento, tra cui pensionistici e sovrani, non possano né acquistare e né continuare a mantenere in portafoglio i bond per via delle restrizioni previste dagli statuti a tutela dei clienti.

La caduta nell’area “spazzatura” sarebbe per l’Italia molto grave. I nostri BTp verrebbero privati di grossa parte della domanda sui mercati e i rendimenti s’impennerebbero, con la conseguenza che il rifinanziamento del debito pubblico non sarebbe più sostenibile. Insomma, perderemmo temporaneamente accesso ai mercati. Sul secondario, i titoli resterebbero in balia degli “hedge fund”, i fondi speculativi. Ma il principale problema sarebbe l’illiquidità degli scambi. Poiché in pochi acquisterebbero, a fronte di uno stock negoziabile ad oggi di circa 2.050 miliardi di euro, gli obbligazionisti non avrebbero a chi vendere e gli spread denaro-lettera si allargherebbero anche di molto.

Infine, le banche. Quelle italiane posseggono BTp per circa 400 miliardi di controvalore. Capite benissimo che se arrivassero uno o più declassamenti a “junk”, i prezzi crollerebbero e con essi le quotazioni azionarie degli istituti, i quali si ritroverebbero a bilancio parte del capitale investito in bond considerati ad alto rischio di credito, necessitando di ricapitalizzazioni per colmare la riduzione dei ratios patrimoniali. Insomma, un circolo vizioso che alimenterebbe la crisi anche economica dell’Italia e dalla quale difficilmente usciremmo senza azioni drastiche, tra cui la stessa ipotesi di ristrutturazione del debito. Ma ad oggi il “downgrade”, per quanto molto probabile per via del forte deterioramento in corso dei conti pubblici italiani, non è ancora realtà.

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