Carriere discontinue, lavoro intermittente, contratti part-time e occupazioni intervallate da periodi di disoccupazione rappresentano senza dubbio una condizione penalizzante dal punto di vista economico per molte persone.
Ma ciò che oggi pesa sul reddito rischia di trasformarsi in un problema ancora più serio in futuro, soprattutto sul fronte delle pensioni.
Prima di tutto perché, per accedere a molte misure previdenziali – in particolare alle pensioni anticipate – è necessario maturare carriere contributive lunghe e consistenti. Servono molti anni di versamenti e contributi di un certo livello.
Le tipologie di lavoro appena descritte, quindi, possono in alcune circostanze compromettere la possibilità stessa di andare in pensione anticipata.
E, in altri casi, possono addirittura mettere a rischio anche il diritto alla normale pensione di vecchiaia.
Ma c’è di più. Lavori part-time, stipendi bassi e carriere frammentate rischiano di trasformarsi in un vero e proprio boomerang anche per chi, alla fine, riesce comunque ad andare in pensione. Il motivo è semplice: determinano assegni pensionistici molto bassi, spesso insufficienti per vivere dignitosamente.
Niente pensione con lavoro part-time e stipendi bassi: ecco perché
Nel sistema contributivo, per ottenere la pensione di vecchiaia non basta aver raggiunto l’età pensionabile e maturato i canonici 20 anni di contributi.
È necessario anche rispettare un ulteriore requisito: l’importo della pensione maturata non può essere inferiore a quello dell’assegno sociale.
La situazione diventa ancora più complicata per chi punta alla pensione anticipata contributiva a 64 anni. In questo caso, infatti, la pensione deve essere almeno pari a tre volte l’assegno sociale.
In pratica, serve un assegno pensionistico ancora più elevato per poter accedere alla misura.
Ecco perché stipendi bassi, tipici soprattutto del lavoro part-time, possono rappresentare un problema enorme.
I problemi delle basse retribuzioni anche per le pensioni future
Ricapitolando, il lavoro part-time non comporta soltanto il rischio di ottenere una pensione molto bassa. In alcuni casi può addirittura impedire del tutto l’accesso alla pensione.
Lo stesso discorso vale per gli stipendi ridotti. E spesso le due condizioni coincidono: lavoro a orario ridotto e retribuzioni basse vanno frequentemente di pari passo.
Molti lavoratori part-time percepiscono stipendi ben inferiori ai 1.000 euro al mese. E con retribuzioni così basse – considerando che nel Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti l’aliquota contributiva è pari al 33% – è evidente che si accumula un montante contributivo limitato e, quindi, una pensione futura molto modesta.
In alcuni casi il problema è ancora più grave. Se non si raggiunge il minimale contributivo stabilito annualmente dall’INPS, anche lavorando tutto l’anno non si maturano 12 mesi pieni di contributi.
Tradotto in termini pratici: può accadere che 20 anni di lavoro effettivo non corrispondano a 20 anni pieni di contributi utili per la pensione.
E così ci si può ritrovare a 67 anni senza aver maturato nemmeno la carriera minima necessaria per accedere alla pensione di vecchiaia.
Ecco come funziona il minimale contributivo
Il minimale contributivo rappresenta la retribuzione minima annua necessaria per maturare un anno pieno di contributi previdenziali.
In realtà il meccanismo viene calcolato su base settimanale. Se la retribuzione settimanale è inferiore a 244,74 euro, quella settimana non viene accreditata integralmente ai fini pensionistici.
La soglia è destinata ad aumentare anche nel 2027, perché i 244,74 euro corrispondono al 40% del trattamento minimo INPS.
Nel 2026 il trattamento minimo è pari a circa 611,85 euro al mese, ma il prossimo anno, con il consueto adeguamento all’inflazione e alle rivalutazioni automatiche, è destinato a salire ulteriormente.