Anche in Italia non si fa che parlare di criptovalute, anche se i numeri indicano una scarsa diffusione dell’asset. A gennaio 2026 ne risultano in possesso 2,8 milioni di persone per un’esposizione complessiva stimabile attorno ai 3 miliardi di euro. Solo il 7% degli investitori le ha in portafoglio, la metà del 14% in Spagna, molto meno anche dell’11% in Germania e del 9% in Francia. Un investimento perso, che rischia di incidere negativamente nel prossimo futuro sulla ricchezza delle famiglie nel Bel Paese rispetto all’estero.
Investimento perso in criptovalute
A fine 2024, stando ai dati di Unimpresa, le attività finanziarie delle famiglie italiane ammontavano a 6.148 miliardi di euro, in forte crescita dai 4.800 miliardi del 2020 (+28,3%).
Si tenga conto che in questo periodo l’inflazione italiana subiva una drastica accelerazione, facendo crescere i prezzi al consumo di una media del 17%. Questi numeri ci fanno capire quanto marginale sia il dato sugli investimenti nelle criptovalute, il cui mercato complessivo capitalizza ormai ben sopra i 3.000 miliardi di dollari e incide per l’1% della ricchezza finanziaria globale.
Boom dei prezzi dal 2020
Teniamo a mente questo dato e andiamo a ritroso proprio nel 2020, l’anno della pandemia e forse uno spartiacque per questo nuovo asset. E’ da quell’anno che sembra guadagnare definitivamente terreno, vuoi per l’“halving” e vuoi anche per la ricerca di opportunità d’investimento alternative alla finanza tradizionale. In media un Bitcoin si acquistava ancora per poco più di 10.000 euro contro i circa 76.300 euro di ieri. Immaginiamo che gli italiani avessero investito nell’asset appena l’1% delle loro attività finanziarie, cioè qualcosa come 48 miliardi.
Adesso, il valore di mercato supererebbe i 355 miliardi. Un guadagno del 640% contro poco più del 28% medio effettivo.
Ebbene, a causa dell’investimento perso nell’asset più redditizio dell’era moderna, abbiamo rinunciato a guadagnare quasi 300 miliardi: 5.000 euro per abitante, neonati compresi. Questo è il costo della diffidenza e relativo solamente agli ultimi anni. Denaro che avremmo potuto mettere da parte per le nostre esigenze o continuare a far fruttare sui mercati finanziari o per acquistare asset immobiliari, ecc. A rimetterci è anche lo stato, in termini di gettito fiscale: l’imposta del 26% sull’intera plusvalenza sopra ipotizzata equivarrebbe a 75 miliardi di maggiori entrate.
Diffidenza costosa per famiglie italiane
Si dirà che questi numeri siano campati in aria, ma il concetto resta inconfutabile: la diffidenza verso le criptovalute finora ha compresso la crescita della ricchezza privata. E mentre teniamo in banca circa 1.860 miliardi di euro di risparmi infruttiferi o quasi interamente a interessi netti infimi, rinunciamo al rendimento. Ogni investimento perso è ricchezza mancata. Se l’Italia, popolo storicamente di risparmiatori, restasse anche nei prossimi anni indietro rispetto ai dati nelle altre economie, assisterebbe a un relativo declino anche nella capacità di generare ricchezza.
giuseppe.timpone@investireoggi.it