I crollo dell’oro nelle ultime sedute rischia di essere mal interpretato come la fine delle ragioni che ne avevano sostenuto il rally, anziché degli eccessi che si erano registrati sui mercati con prezzi in crescita anche del 10% al giorno. Sgombriamo il campo da un equivoco, alimentato da una stampa internazionale a caccia di sensazionalismo e smentita sul campo: la fuga dal dollaro non esiste. Il biglietto verde si sta indebolendo dopo una lunga fase di forte solidità, anche in reazione alla volontà chiaramente espressa dal presidente americano Donald Trump che il cambio diventi più debole per sostenere la competitività delle imprese domestiche.
Storica correlazione negativa tra oro e dollaro
I numeri hanno la testa dura: nel dicembre del 2025 il dollaro era utilizzato nel 50,49% dei pagamenti internazionali, in crescita su base annua. A lunga distanza trovavamo l’euro con il 21,9% e in terza posizione la sterlina inglese con il 6,73%. E sempre il dollaro incideva per il 56,92% delle riserve valutarie mondiali al 30 settembre scorso, pur in lieve calo rispetto ai trimestri precedenti. Lo status di valuta di riserva non lo decidono i giornali, né le chiacchiere al bar. Sono i mercati che lo decretano e fino ad oggi non esiste alcuno scricchiolio preoccupante per Washington.
La fuga dal dollaro è stata propinata quale causa per giustificare il boom dell’oro. Concettualmente, si tratta di un’argomentazione fondata. La correlazione tra i due asset è storicamente positiva: quando uno si apprezza, l’altro si deprezza. E viceversa. In più, il metallo giallo è considerato l’anti-dollaro per eccellenza per il suo status millenario di bene rifugio indiscusso.
Negli ultimi anni, un numero crescente di Paesi sta puntando su di esso per allentare la dipendenza dalla divisa americana. Una scelta esplicita per i Brics, il club delle economie emergenti ostili all’Occidente.
Banche centrali driver del mercato eureo
Gli acquisti netti di oro da parte delle banche centrali si aggirano ormai stabilmente sopra le 1.000 tonnellate all’anno dopo il Covid. La guerra tra Russia e Ucraina ha accentuato questa tendenza in Asia. Poiché l’Occidente usa il dollaro come arma finanziaria per rappresaglie finanziarie ai danni di soggetti e stati nemici (vedi il tema degli asset russi sanzionati), molte capitali cercano di mettersi al riparo da possibili scenari avversi. Ad esempio, nei dodici mesi al novembre scorso la banca centrale del Brasile ha ridotto le sue esposizioni verso i Treasury di 61 miliardi di dollari (-26,6%) e incrementato le riserve auree di 15,49 tonnellate (+2,1 miliardi di dollari ai prezzi di mercato del 30 novembre 2025).
Nel complesso, i Brics propriamente detti (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) hanno acquistati nel periodo 85,47 tonnellate, appena il 10,4% del totale tra le banche centrali mondiali. Troppo poco per essere vero. Infatti, non lo è. I due terzi degli acquisti di oro arrivano da istituti che non aggiornano puntualmente le rispettive detenzioni. La sospettata numero uno è la Cina con riserve dichiarate per sole 2.304 tonnellate, +43,5 in un anno.
Sempre i Brics sono responsabili della metà dell’intera offerta globale di oro. Difficile credere che producano il bene più ricercato al mondo in questa fase e non lo tengano per sé, se non in misura marginale.
Brics puntano a diversificare le riserve
Resta il fatto che lo smottamento a sfavore dei titoli del debito USA non si sia palesato. Nel novembre del 2024, le detenzioni tra gli investitori stranieri ammontavano al 32,9% delle emissioni totale. Nel novembre scorso, erano appena scesa al 32,5%. Altra conferma circa l’inesistente fuga dal dollaro. Questo non significa che l’oro non disponga di ulteriori margini di crescita. Proprio perché ancora le riserve valutarie mondiali sono piene di asset in dollari, c’è l’elevata probabilità che il loro peso venga rivisto al ribasso nel prossimo futuro. Ad esempio, un calo dal 57% attuale al 50% varrebbe oltre -900 miliardi di dollari. L’equivalente di quasi 6.000 tonnellate di oro ai prezzi di mercato correnti.
La domanda mondiale di oro nel 2025 è stata di 5.002 tonnellate, per cui una riduzione neppure eclatante dei dollari detenuti tra le riserve auree con corrispondente conversione in oro corrisponderebbe a 1,20 volte la domanda annuale. Se per pura ipotesi, avvenisse in appena un anno, la domanda praticamente più che raddoppierebbe. Anche solo ipotizzando che avvenisse in una prospettiva a medio-lungo termine (quinquennale?), l’impatto sulla domanda resterebbe imponente. L’oro sembra destinato a correre anche nei prossimi anni, al di là degli eccessi di breve e brevissimo periodo che si sono registrati sui mercati e che hanno provocato i crolli che sappiamo.
Dal dollaro all’oro contro rischi geopolitici
C’è la possibilità che la diversificazione delle riserve premi altri asset, tra cui i bond europei. Ciò sarebbe credibile fino a un certo punto. Non possiamo immaginare la fuga dei capitali dal dollaro per ripararsi dalle tensioni con l’Occidente e contestualmente un loro impiego in altri asset all’interno della stessa orbita finanziaria occidentale. Ecco perché l’oro, pur non rimpiazzando necessariamente in toto i Treasury, sembra l’asset più titolato a beneficiare della possibile svolta.
giuseppe.timpone@investireoggi.it