Quasi un grido di allarme è arrivato ieri dalla Banca Centrale Europea, che ha preso atto ancora una volta della perdita di competitività dell’Eurozona a causa dell’assenza di un mercato unico dei capitali. L’istituto ha proposto due soluzioni allo scopo: l’istituzione finalmente di una garanzia comune sui depositi bancari e un’unica giurisdizione per regolare il funzionamento e la resilienza del sistema bancario. Investire i propri risparmi all’interno dell’area dovrebbe risultare alla stregua che farlo nella propria nazione, cosa che ancora oggi non avviene. E questo, malgrado la moneta unica esista ormai formalmente da oltre 27 anni.
Mercato unico dei capitali inesistente
Capitali ristretti negli ambiti statali riducono la capacità di generare crescita per l’economia da una parte e reddito agli stessi investitori dall’altra. La concorrenza con giganti economici come gli Stati Uniti diventa praticamente impossibile, come conferma il deflusso annuale di risparmi per 500 miliardi dall’Unione Europea verso il resto del mondo. Di questi, almeno 300 miliardi finiscono proprio negli States, accentuando il gap di crescita tra le due sponde dell’Atlantico. Dati rilevati a suo tempo dal ben noto e ignorato Rapporto Draghi sulla competitività.
I numeri sono e restano impietosi. Se volete un’idea circa l’inesistente mercato unico dei capitali, sappiate che solamente il 14,1% dei prestiti erogati dalle banche nell’Eurozona finiscono per attraversare il confine domestico. Qualcosa come appena 1.030 miliardi. Cosa ancora più paradossale: il 19% del totale finisce, invece, fuori dall’UE. Come dire che le banche europee decidono più spesso di finanziare controparti extra-UE che residenti. Un dato che la dice molto lunga anche riguardo al grado di fiducia esistenti tra i sistemi economici del continente.
Prestiti quasi per intero domestici
Dunque, le banche europee prestano 14 euro su 100 a soggetti non nazionali, 19 euro a soggetti non-UE e ben 67 euro a soggetti nazionali. Di quei 14 euro, il 70% va a beneficio di imprese, fino al 25% di altre banche (spesso filiali all’estero delle eroganti) e solo il 5-10% al massimo arriva alle famiglie. Sempre con riferimento a quel 14% di prestiti cross-border, l’80% viene erogato tramite filiali in altre giurisdizioni. Nei fatti, la quota di prestiti effettivamente erogati da uno stato all’altro dell’Eurozona risulta essere del tutto marginale.
E l’Italia figura tra gli stati con i più bassi prestiti cross-border in entrata: appena il 10-12% contro il 15-18% della Germania e il 18-22% della Francia. Parigi risulta tra le economie più integrate nell’UE in tal senso. Sembra trasparire una sorta di correlazione tra dimensioni medie bancarie e capacità di attirare capitali dall’estero. Le banche italiane sono notoriamente piccole e anche per questo non riescono ad attrarre risparmio dalle loro stesse filiali all’estero. E quando lo fanno, l’incidenza è necessariamente bassa rispetto al credito complessivo sul territorio nazionale.
Limiti da leggi e nazionalità
Dunque, il mercato unico dei capitali non decolla. I prestiti cross-border erano al 12,5% nel 2029, per cui di passi in avanti ne abbiamo compiuti pochi con la pandemia.
Qual è la motivazione? Come rileva la stessa BCE, esistono senza dubbio fattori frenanti derivanti dalle diversità giurisdizionali. L’istituto promette, ad esempio, di voler contribuire in tal senso con la riduzione da 5 a 2 dei ratio patrimoniali imposti alle banche ai fini della loro solidità. Ne resterebbe solo uno invalicabile e un secondo per reagire ai casi di crisi.
Tuttavia, non sfugga il concetto di “nazionalità” a tutto tondo. Un mercato unico dei capitali può esistere in presenza di 27 stati con istituzioni democratiche elettive? Pensiamo che una banca sia del tutto libera di prestare il proprio denaro a chiunque voglia, sia il cliente un’impresa domestica o straniera? O pensiamo anche che la conoscenza del tessuto imprenditoriale e sociale non svolga un ruolo in fase di erogazione del credito? Una banca italiana tendenzialmente conoscerà sempre meglio la realtà delle imprese e delle famiglie italiane, così come una tedesca con le proprie, ecc.
Mercato unico dei capitali resta pura illusione
La scalata di Unicredit a Commerzbank è fortemente minacciata dal governo federale in Germania per questa ragione. Così come un anno fa il governo Meloni fece saltare la joint venture tra Generali e Natixis per la gestione congiunta del risparmio con l’OPAS di MPS su Mediobanca. Il mercato unico dei capitali in Europa piace a tutti quando riguarda gli altri, mai quando si tratta di accettare che banche straniere acquisiscano il controllo delle proprie o quando i risparmi domestici finiscono per finanziare il credito all’estero. Anzi, proprio quest’ultimo rappresenta il massimo timore per chiunque governi nel continente. Ne risponderebbe prima o poi ai propri cittadini.
Infine, non per importanza, c’è la grande questione del debito pubblico. Le banche sono tra le principali entità che lo gestiscono e tengono a bada sui mercati. L’Italia è massimo esempio di questo “doom loop”, visto che i nostri istituti posseggono qualcosa come oltre 600 miliardi di titoli di stato, tra un quarto e un quinto delle emissioni totali. La transnazionalità del sistema bancario farebbe perdere sicurezza ai governi e accentuerebbe la volatilità di titoli del debito come i BTp.
Un altro esempio di come il mercato unico dei capitali rischi di non esistere da qui ai prossimi decenni in Europa. Non con questa governance.
giuseppe.timpone@investireoggi.it