Si riapre il capitolo previdenziale, o almeno si torna a parlare di una nuova riforma delle pensioni. Dopo che le problematiche geopolitiche internazionali, l’energia, le guerre, le armi e i carburanti hanno spostato l’attenzione dell’opinione pubblica e della politica, allontanandola dal tema previdenziale, adesso si torna a discuterne. Anche perché siamo già alle prime anticipazioni sui contenuti della prossima Legge di Bilancio, che come di consueto dovrà essere presentata entro ottobre. E perché mancano circa 50 settimane alle nuove elezioni politiche che porteranno alla nascita di un nuovo Governo.
In altre parole, sembrano maturi i tempi per mettere mano a una vera e nuova riforma delle pensioni, purché sia degna di questo nome.
Basta misure tampone o provvisorie che, di fatto, rendono soltanto più sopportabile la rigidità della legge Fornero per chi da anni ne subisce gli effetti. Servono misure strutturali, con un sistema più elastico e flessibile. Un sistema che consenta l’uscita dal lavoro tra i 60 e i 64 anni di età, in alternativa all’età prevista per la pensione di vecchiaia. Un’età che, tra l’altro, tenderà ad aumentare ulteriormente a partire dal 2027.
Il piano parte dalla cosiddetta svolta contributiva
Oggi esistono misure destinate soltanto a una parte della popolazione lavorativa. Ci sono strumenti che consentono il pensionamento anticipato esclusivamente a chi non possiede contributi versati prima del 1996. Parliamo di chi non ha versamenti maturati nel sistema retributivo, poiché dal 1° gennaio 1996 è entrata in vigore la riforma contributiva Dini.
Per questi soggetti è possibile andare in pensione a 64 anni di età anche con soli 20 anni di contributi.
Estendere questa possibilità, pur introducendo alcuni correttivi, rappresenta l’idea principale attualmente sul tavolo. Estendere significa consentire anche a chi ha iniziato a versare contributi prima del 1996 di accedere alla pensione a 64 anni.
Naturalmente, questi soggetti dovrebbero accettare, qualora scegliessero questa strada, le stesse regole di calcolo già previste per chi oggi può usufruire della misura. In pratica, si tratterebbe di pensioni calcolate interamente con il sistema contributivo.
La svolta della previdenza integrativa
Correttivi alla pensione contributiva a 64 anni per tutti, dicevamo. E un primo correttivo potrebbe essere l’innalzamento a 25 anni della contribuzione minima necessaria per accedere alla misura.
La pensione si otterrebbe quindi attraverso la combinazione 64+25, accettando il calcolo contributivo dell’assegno, considerato da molti penalizzante, anche se l’effettiva entità della penalizzazione è tutta da verificare.
La misura resterebbe comunque vincolata al raggiungimento di un importo minimo della pensione. In parole semplici, non si potrebbe andare in pensione se il trattamento risultasse inferiore a una determinata soglia. Si tratta di un meccanismo già previsto oggi per i contributivi puri, che per uscire a 64 anni devono maturare una pensione pari ad almeno tre volte l’assegno sociale (2,8 volte per le madri con un figlio e 2,6 volte per quelle con più figli).
L’ipotesi è quella di portare la soglia a 3,2 volte l’assegno sociale per tutti, come peraltro è già previsto per la pensione anticipata contributiva dal 2030.
Il raggiungimento di questo limite potrebbe essere favorito utilizzando la rendita maturata nei fondi pensione integrativi o, addirittura, trasformando in rendita il TFR accumulato fino al momento dell’uscita dal lavoro.
La vera riforma delle pensioni da 60 a 64 anni, ecco tre possibilità alternative
Resta però la necessità di differenziare le misure previdenziali in base alla tipologia di lavoratori e contribuenti. Devono continuare a esistere strumenti agevolati per l’uscita a 63 anni destinati a caregiver, invalidi, disoccupati e addetti ai lavori gravosi o usuranti.
Una nuova riforma delle pensioni non può prescindere da misure che consentano a chi vive situazioni di fragilità o particolari difficoltà di lasciare il lavoro in anticipo. Il riferimento è all’Ape Sociale, che potrebbe essere confermata, potenziata e magari resa strutturale.
La misura è attualmente in scadenza il prossimo 31 dicembre. Una sua conferma rappresenterebbe un ulteriore passo verso una riforma previdenziale più moderna, capace di superare gradualmente l’impianto della riforma Fornero e di trasformare il sistema in un modello maggiormente orientato alla flessibilità.
A 60 anni via libera all’uscita, così si avrebbe una vera riforma delle pensioni
Ma tra i soggetti più vulnerabili dal punto di vista previdenziale ci sono anche le donne. Una riforma delle pensioni realmente innovativa, con uscite comprese tra i 60 e i 64 anni, dovrebbe prevedere la possibilità, per alcune categorie, di lasciare il lavoro già a 60 anni.
L’idea potrebbe prendere spunto da un’iniziativa che alcuni sindacati del comparto scuola, tra cui l’ANIEF, portano avanti da tempo attraverso una specifica petizione.
Tenendo conto della gravosità di determinate attività lavorative e di altre condizioni di fragilità — come il ruolo di cura nei confronti della famiglia e dei figli — la possibilità di uscire dal mondo del lavoro dovrebbe partire proprio dai 60 anni.
Naturalmente sarebbe necessario fissare una contribuzione minima più elevata rispetto ai 20 anni oggi richiesti da alcune misure. Parallelamente, si potrebbe favorire il riscatto della laurea, consentendo di valorizzare fino a cinque anni di studi universitari ai fini previdenziali.
Se non proprio gratuito, il riscatto della laurea dovrebbe quantomeno essere reso più accessibile, attraverso costi contenuti e agevolazioni concrete, così da permettere a tutti di utilizzarlo senza dover affrontare un esborso economico spesso molto pesante.
