Scandalo Panama Papers: la verità sugli evasori e sul presunto paradiso fiscale

Lo scandalo Panama Papers è politico o fiscale? E' giusto parlare di evasione? Ecco un'analisi diversa da una prospettiva interessante

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Lo scandalo Panama Papers è politico o fiscale? E' giusto parlare di evasione? Ecco un'analisi diversa da una prospettiva interessante

In tema di Fisco internazionale lo scandalo Panama Papers è la notizia del momento: se ne parla tanto, non sempre però propriamente. Qual è la verità sugli evasori e sul presunto paradiso fiscale emerso in seguito all’inchiesta giornalistica lanciata dalla tedesca Süddeutsche Zeitung e ripresa anche dall’International Consortium of Investigative Journalists (Icij)? Cosa c’è di vero ma soprattutto che cosa significano i dati trafugati che coinvolgono anche personaggi famosi, non solo politici (dal regista Pedro Almodovar al calciatore Lionel Messi passando per Luca Cordero di Montezemolo?).

Panama Papers l’evasione non c’entra: il paradiso è politico non fiscale

A ben vedere, aldilà dello scandalo, parlare di paradiso fiscale nella faccenda ribattezzata Panama Papers, è improprio dal punto di vista tributario. La tentazione di cadere nelsensazionalismo è ricorrente ma, come ha confermato il professor Lupi, che insegna diritto tributario all’Università di Tor Vergata, “in questo caso la gran parte dei nomi importanti è di politici e semi-politici o di persone che gravitano nell’attività relazionale e affaristica con la politica.

Nei conti riservati c’è il prezzo delle relazioni, il prezzo degli accreditamenti per fare affari in determinati posti”. Per i non esperti di diritto e materia fiscale, questo significa che le persone coinvolte nello scandalo Panama Papers non cercavano di pagare meno tasse quanto piuttosto di nascondere attività illecite o compromettenti. Questo ovviamente non serve a giustificare la vicenda, anzi. Ma parlare di evasione in senso stretto e di paradiso fiscale è improprio. A tal proposito il professor Lupi spiega: “Quei soldi sono in gran parte provvigioni, tangenti, commissioni, entrature, chiamiamole come vogliamo, che venivano nascoste perché si temevano polemiche o ritorsioni politiche.

Visti molti paesi di provenienza, quelle persone non temono il loro fisco, ma i loro nemici politici. Temono che le loro attività possano essere strumentalizzate e di diventare politicamente deboli perché attaccabili da avversari che probabilmente farebbero la stessa cosa”.

Non è un caso, in quest’ottica, che, fatta eccezione del padre del premier britannico David Cameron, tutti i politici coinvolti provengono da paesi in via di sviluppo, con un elevato tasso di corruzione e instabilità politica: Georgia, Iraq, Qatar, Arabia Saudita, Cina, Ucraina, Sudan, Emirati arabi, Russia. Che significa? In questi Paesi la corruzione è una piaga e fare affari non è semplice: spesso c’è bisogno di un intermediario. Al contrario la pressione fiscale è di per sé bassissima “il loro problema non è fiscale ma è politico, non farsi accusare dagli avversari. Se si usa l’espressione ‘paradiso fiscale’, va intesa come sinonimo di riservatezza, non rispetto al fisco ma rispetto ai tuoi nemici politici”.

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