Pensioni, quota 41: per la Corte dei Conti non va bene

La Corte dei Conti boccia quota 41 perché peserebbe troppo sul bilancio pubblico. Meglio puntare su uscita a 64 anni.

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Quota 41 in tema di pensioni continua a tenere alto l’interesse di partiti, tecnici, governo e sindacati. A sei mesi dalla fine di quota 100 si sta cercando una soluzione che eviti lo scalone con le regole della Fornero.

L’ipotesi più gettonata dal governo e dalle forze politiche al lavoro dallo scorso febbraio per riformare il sistema pensionistico italiano nel 2021 prevede l’estensione di quota 41  per tutti. Ma per la Corte dei Conti che ha simulato alcune previsioni di spesa, non si può fare.

Corte dei Conti boccia quota 41

Riguardo a quota 41, magistrati contabili dello Stato hanno scattato una fotografia sulla spesa previdenziale nel rapporto 2021 relativamente al coordinamento della finanza pubblica. Da essa si evince che dal 2012 al 2020, cioè da quando è stata attuata la riforma Fornero, le deroghe hanno portato ad oltre 711 mila pensionamenti anticipati, comprese le salvaguardie degli esodati.

Al netto dei 79.260 assegni liquidati con lo strumento dell’Ape sociale e dell’Ape volontario, i pensionamenti anticipati hanno pesato per il 18,7% sul totale delle pensioni erogate. Il picco è stato toccato con Quota 100 con l’avvento di quota 100. Secondo la Corte dei Conti, quindi, per i prossimo due anni “la spesa previdenziale potrà rappresentare un rilevante elemento critico per i conti pubblici”. Quota 41, al posto di quota 100, potrebbe quindi costituire un problema di sostenibilità della spesa.

In pensione a 64 anni

La Corte dei Conti, in definitiva, non vede di buon occhio quota 41. In pratica, l’uscita dal lavoro con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età potrebbe costituire un problema nel lungo periodo.

L’alternativa, secondo i magistrati, sarebbe quella di estendere la possibilità di andare in pensione a 64 anni anche a coloro che risiedono nel sistema misto.

La possibilità di lasciare il lavoro a 64 anni è già prevista per i lavoratori che versano nel sistema contributivo puro, cioè hanno iniziato a lavorare dal 1996.

In questo modo si potrebbe contenere la spesa previdenziale futura abbonando tre anni a coloro che dovrebbero aspettare i 67, come previsto dai requisiti del pensionamento di vecchiaia. parallelamente l’uscita a 41 anni e 10 mesi (42 anni e 10 mesi per gli uomini) resterebbe l’alternativa, indipendentemente dall’età anagrafica, prevista dalle attuali regole.

In pensione con quota 41, ma non per tutti

Quota 41 potrebbe quindi trovare accoglimento solo per alcune categorie di lavoratori. In sostanza andrebbe riservata ad alcune categorie di lavoratori che dovrebbero rispondere a determinati requisiti.

Il primo sarebbe l’appartenenza alla categoria dei lavoratori precoci, cioè a quei lavoratori che hanno versato almeno 12 mesi di contributi prima del compimento dei 19 anni di età. Il secondo, l’appartenenza a una delle categorie svantaggiate previste dalla legge, quali disoccupati, invalidi (al 74%), caregivers, o lavoratori gravosi.

I lavoratori svantaggiati

Ciò su cui si punta con quota 41 è di estendere il diritto, oggi esistente per i lavoratori precoci, anche ad altre categoria di lavoratori svantaggiate. In questo modo la platea degli aventi diritto alla pensione con 41 anni di contributi si estenderebbe a molti più beneficiari. Del resto 41 anni di contributi versati non sono pochi, ma la misura andrebbe a risolvere il problema dello scalone quando finirà quota 100.

Secondo il presidente dell’Inps Pasquale Tridico, “Quota 41 è certamente un’opzione, ma non mi piacciono le quote strettamente rigide. Dovrebbe essere affiancata acoefficienti di gravosità di lavoro, in modo da prevedere delle uscite flessibili per tutti. Ovvero, si dovrebbe prevedere un’età di uscita dal lavoro per ogni categoria. Ci sono infatti lavori diversi. Ci sono persone che possono uscire più tardi e altre prima. Tutto il sistema dovrebbe girare attorno al sistema dei coefficienti di gravosità“

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