Le banche pagano le tasse? Una riforma fiscale necessaria

La tassazione sulle banche è uno di quegli argomenti che spesso si preferisce non affrontare. Alcuni spunti

di Alessandra De Angelis, pubblicato il
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Il Governo Monti ha chiesto maggiori sacrifici agli italiani, il che si traduce crudamente in più tasse. Questa sensibilizzazione sul tema ha peraltro portato ad una maggiore considerazione delle conseguenze per i contribuenti dell’evasione fiscale (che in alcuni casi, sulla spinta di discorsi demagogici è degenerata in una caccia alle streghe). Su questa scia sono tornati alla ribalta temi d’attualità che avevano smesso di indignare una nazione inerte: la Chiesa che non paga l’ICI, le multinazionali con sedi nei paradisi fiscali che fanno affari in Italia e  liberi professionisti che non rilasciano fattura. E le banche? Vi siete mai chiesti se le banche pagano le tasse? Qualcuno ha ritirato fuori anche questa argomentazione tra le varie lamentele. In realtà la situazione è abbastanza complessa: cerchiamo di vederci più chiaro.

 

REGIME FISCALE BANCHE: UNA QUESTIONE DIFFICILE DA DEFINIRE

La questione del regime fiscale applicato alle banche non è solo di interesse nazionale. L’argomento si presenta saltuariamente anche in altri Stati Europei. Una delle vicende più recenti è stata quella che ha interessato Barclays Group e i suoi rapporti tributari con il governo inglese. Tra gli altri politici, uno dei più attivi nel sollevare il polverone sulle agevolazioni di cui gode l’istituto è stato il deputato laburista Chuka Umunna. A scatenare la reazione è stata l’ammissione di una delle sedi di Barclays Bank che,  messa alle strette, ha confessato di aver pagato nel 2009 113 milioni di sterline come corporation tax. Quello stesso anno la Banca assommò 11,6 miliardi di sterline di profitti (l’1% invece del 28%). Nel Regno Unito è stata istituita anche una campagna, la Robin Hood Tax Campaign, il cui nome è emblematico per comprenderne le finalità. Ad Inghilterra si sono allineate anche Francia e Germania (lo scorso anno quest’ultima aveva proposto di creare così un fondo per emergenze e crisi economica). Anche negli USA uno dei punti forti del programma Obama era proprio la previsione di nuove tasse sulle banche e l’abolizione dei bonus.

 

TASSAZIONE BANCHE: IL NON-CASO ITALIANO

In Italia sul problema c’è molta omertà e in pochi hanno avuto il coraggio di esprimere la propria opinione in merito. Lo scorso anno l’ex ministro Antonio Martino aveva specificato, in un intervento su Il Foglio, che, se è vero tecnicamente che le banche non pagano le tasse, di fatto, per una sorta di traslazione, lo fanno per loro i dipendenti bancari, i depositanti e gli azionisti. (Almeno ha detto la sua!).

Nella lotta contro l’evasione autorizzata delle banche si espone da tempo anche Francesco Petrino, presidente dello Snarp ( sindacato nazionale antiusura riabilitazione protestati). Un’elusione che va avanti dal 1998, anno in cui fu promulgata la legge per la cartolarizzazione firmata dal governo D’Alema. Un’elusione che porta ad un aumento della pressione fiscale a carico dei cittadini che, frustrati, reagiscono a loro volta evadendo quando possono.

Quel che è certo comunque è che una riforma fiscale avverso le banche può avere un senso solo se si inserisce in un quadro più ampio di riforme tra cui quelle formulate a suo tempo dal Financial Stability Board (in merito ad esempio alla remunerazione dei manager e all’istituzione di fondi di salvataggio in un’ottica più realistica del “too big to fail”).

 

PROVVEDIMENTI DEL GOVERNO MONTI CHE RIGUARDANO LE BANCHE

Le prime diffidenze riguardo l’idoneità di Monti a svolgere l’incarico di Presidente del Consiglio hanno avuto ad oggetto il suo background professionale. Può un uomo che deve la sua fortuna alle banche proporre leggi che possano ledere in qualche modo gli interessi degli istituti di credito? Certo il fatto che tra le rarissime categorie non scese in piazza a protestare contro il decreto Salva Italia ci siano i banchieri qualche dubbio lo fa sorgere. Ma in questa sede vogliamo astenerci da giudizi personali o da approcci prevenuti e ci soffermiamo sui fatti. In che modo la riforma Monti incide sulle banche?

Fino al prossimo giugno le obbligazioni delle banche (così come le altre passività degli istituti di credito) godranno di garanzia pubblica. In questo modo sarà più facile accedere al mercato dei prestiti europeo e interbancario.  Peraltro la Bce si è impegnata a concedere per i prossimi 36 mesi dietro collaterale linee di liquidità con interesse dell’1% (e anche qui c’è lo zampino di un altro italiano, Mario Draghi).

Ma anche altri provvedimenti, apparentemente non connessi al sistema bancario, di fatto avranno ripercussioni non secondarie su di esso. Parliamo ad esempio dell’abbassamento della soglia massima per i pagamenti in contanti (1000 €): un provvedimento che l’Abi auspica da anni (stimando un risparmio per gli istituti di credito pari a 10 miliardi). 

Analogo discorso per l’estensione dell’imposta di bollo ai conti correnti postali. (Pagamenti in contanti: sanzioni pesanti per chi supera limite)

 

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Argomenti: Tasse e Tributi