Aprire un’impresa: i settori che resistono alla crisi e al fallimento

I dati sui fallimenti delle imprese mettono in luce le aziende più a rischio e quelle che invece resistono meglio alla crisi

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I dati sui fallimenti delle imprese mettono in luce le aziende più a rischio e quelle che invece resistono meglio alla crisi

Aprire un’impresa è sempre un rischio: anzi la Camera di Commercio di Milano conferma che a richiedere il fallimento sono soprattutto le aziende giovani. Tra quelle iscritte nell’ultimo triennio ogni anno chiude un’impresa su dieci, schiacciata dalla crisi e dal peso della pressione fiscale. In altre parole solamente il 70% delle imprese che hanno iniziato l’attività nel 2011 risultava essere ancora in attività nel 2014 e, a fine anno, ne potremmo perdere un altro 10%. Tra i settori che dalla statistica sembrano resistere meglio alla crisi troviamo quello agricolo (86%), meno bene vano invece quelle del credito (64%) mentre restano nella media quelle dei trasporti (76%). Rispetto ai dati del 2013 i fallimenti in Italia sono aumentati del 15,7%. Sono numeri che non possono essere ignorati e che sono senza dubbio emblematici di una preoccupante situazione di stagno. Pesanti le ripercussioni sull’occupazione: le 83 mila società che tra il 2008 e il 2014 hanno aperto una procedura di fallimento impiegavano quasi un milione di risorse rimaste quindi senza lavoro.  

Boom di fallimenti: l’ombra delle truffe

Ma c’è anche un altro aspetto che si cela dietro al boom di fallimenti. In non pochi casi infatti le aziende che chiudono, riaprono i battenti con un nome e una sede diversa. Sono i cd “furbetti dal fallimento” che frodano in questo modo i fornitori e i creditori. Si stimano almeno 200 miliardi di euro di credito vantati dallo Stato in primis (40%), e poi a seguire dalle banche e dai fornitori (25% a testa) e per finire dai dipendenti (10% meno la copertura del Tfr degli ultimi tre mesi di stipendio coperto dal fondo di garanzia Inps) rimasti in sospeso in seguito a fallimenti e concordati.

A confermare i dati il sostituto procuratore di Piacenza, Roberto Fontana, per diverso tempo giudice delegato della Sezione fallimentare del tribunale meneghino: “Al 30 giugno 2014 erano 20,2 miliardi soltanto al tribunale di Milano, in aumento di 5,7 miliardi nell’ultimo anno”. La reintroduzione del reato di falso in bilancio, che era stato depotenziato nel 2002, e il decreto legge “anti-corruzione” del governo Renzi, vanno nella direzione di freno di questa tendenza ma non basta. Walter Mapelli, sostituto procuratore a Monza ha messo l’accento sulle omesse dichiarazioni dei redditi e le fatture false oltre al fatto che “tra cinque milioni di società, ce ne sono ben 3,5 milioni che il bilancio non sono tenute a redigerlo”. Ad inizio anno il ministero della Giustizia ha istituito una commissione, presieduta da Renato Rordorf, per rivedere la normativa in materia fallimentare. Il fatto è, come sottolinea ancora Fontana, che troppe aziende mascherano i problemi fraudolentemente: “Analizzando i bilanci del 2008-2012 è emerso che l’87 per cento delle imprese già tre anni prima di chiedere l’ammissione al concordato si trovava in situazione di alta probabilità di fallimento ossia, in sostanza, in situazione d’insolvenza. Mentre, pochi mesi prima, i bilanci davano l’idea di aziende sane, o comunque non in dissesto”. Questo significa che nel 90% dei casi i creditori chirografari, ma anche una buona fetta di quelli privilegiati, non vedranno soddisfatto il proprio credito. I magistrati guardano al più efficace modello francese: tutte le società che hanno pagamenti arretrati nelle tasse o nei co

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