Mentre dallo Stretto di Hormuz non se ne sta uscendo più, la recessione già inizia a bussare alle porte dell’Europa. I dati di ieri sul Pmi nell’Area Euro certificano la gravità della situazione. Ammesso che fosse necessario ancora rifletterci su. Iniziamo dai servizi: ad aprile in calo a 47,4 dai 50,2 punti di marzo. La soglia dei 50 punti segnala la demarcazione tra espansione e contrazione dell’attività. Dunque, se a marzo il terziario nell’unione monetaria si mostrava appena in crescita, questo mese già risulta sceso ai minimi livelli da novembre 2024.
Recessione alle porte d’Europa
Controcorrente la manifattura, che sale da 51,6 a 52,2 punti.
Tuttavia, ciò non basta a compensare il tracollo dei servizi, che ricordiamo ormai incidere per circa i tre quarti del prodotto interno lordo europeo. Infatti, l’indice Pmi composito risulta anch’esso sceso da 50,7 a 48,6 punti. Dunque, la recessione in Europa rischia di essere già realtà. Altri due economie dell’area hanno pubblicato ieri i rispettivi dati. Per quanto riguarda la Germania, la situazione è di grave allarme: servizi crollati a 46,9 punti da 50,9 e registrando la peggiore contrazione dal novembre del 2022. In calo anche la manifattura da 52,2 a 51,2 punti. Il dato resta in area espansiva, ma in ogni caso rallenta. Infine, il Pmi composito scende da 51,9 a 48,3 punti. Il Pil tedesco, di questo passo, è destinato a contrarsi.
La situazione non è granché migliore in Francia, dove il Pmi servizi era già negativo a marzo con 48,8 punti e ad aprile è sceso a 46,5. Guizzo per la manifattura da 50 a 52,8 punti, mentre l’indice composito arretra ulteriormente sotto i 50 punti a 47,6 da 48,8. Anche il Pil francese rischia di contrarsi. A questo punto, il dato sul Pil nell’Eurozona per il primo trimestre lascia il tempo che trova.
Ci consegnerà la fotografia già invecchiata di un’economia nel frattempo peggiorata. La crescita nel quarto trimestre del 2025 era stata dello 0,2%, in leggero rallentamento dallo 0,3% del trimestre precedente.
Durata guerra in Iran determinante
Il Fondo Monetario Internazionale ha tagliato le stime di crescita per l’Eurozona da 1,4% a 1,1% per il 2026. La Banca Centrale Europea è ancora più pessimista. A marzo, ha rivisto le sue stime al ribasso da 1,2% a 0,9%. Al contrario, ha alzato le previsioni sull’inflazione da 1,9% a 2,6%. Uno scenario di stagflazione, che è il peggio che possa verificarsi per le famiglie: i prezzi salgono, mentre la crisi morde.
Il rischio recessione in Europa è direttamente proporzionale alla durata della guerra in Iran. Più lo stretto rimane chiuso, più a lungo i prezzi di petrolio e gas restano alti e possono salire ulteriormente. Ciò si traduce in un aumento dell’inflazione, che finisce per colpire consumi, produzione e investimenti. Inoltre, l’impossibilità di avere accesso ad almeno 10 milioni di barili di greggio al giorno sta già provocando un’ondata di cancellazione di voli per l’esigenza di razionare il carburante negli aeroporti. La vera crisi l’Europa rischia di patirla in estate, quando il turismo può accusare una grossa battuta d’arresto a causa dello shock geopolitico in corso.
UE senza soluzioni contro crisi energetica
Non siamo ai livelli della pandemia, ma senza sufficiente carburante le limitazioni ai movimenti verranno da sé. Dinnanzi alla recessione ormai non più solo uno spettro, l’Europa resta senza soluzioni di alcun tipo e in balia degli eventi. Dovrà solo sperare che l’amministrazione Trump trovi un accordo di pace con l’Iran quanto prima, altrimenti il ripiegamento del Pil già nel secondo trimestre diventerà realtà. Un grosso problema per il cancelliere Friedrich Merz, che poco più di un anno fa vinse di misura le elezioni federali in Germania promettendo una scossa all’economia tedesca di non s’intravede ancora alcuna traccia tra riforme al palo e divisioni nella Grosse Koalition con i socialdemocratici.
La crescita in Germania è attesa per quest’anno tra un minimo dello 0,5% (governo federale) e un massimo dello 0,8% (FMI e IFO). La forchetta rischia di dover essere rivista al ribasso con il perdurare della guerra in Iran. La “locomotiva d’Europa” è rimasta in recessione per due anni e in stagnazione per uno dopo la crisi energetica del 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina. Il 2026 sarebbe dovuto essere l’anno della ripartenza, mentre si sta rivelando quello dell’inciampo. E cosa non meno peggiore, a Bruxelles nessuno ha idea di come reagire all’ennesimo shock che minaccia non solo più la nostra economia, bensì anche le fondamenta delle nostre istituzioni continentali.
giuseppe.timpone@investireoggi.it