Fallimento Thomas Cook: le sorti dei 500mila viaggiatori, ecco perché i tour operator sono in crisi

Il fallimento di Thomas Cook apre al dilemma sui modelli di business del settore.

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Viaggiare low cost con i voucher

Il fallimento del tour operator Thomas Cook sta creando scompiglio in tutto il mondo non solo per i 22mila posti di lavoro persi ma anche per quei 500mila turisti che in queste ore stanno per essere rimpatriati. Solo durante la giornata di ieri sono rientrati in Gran Bretagna 14mila viaggiatori ma ce ne sono altri migliaia in giro per il mondo e lasciati a terra dal To. Mentre per chi deve ancora partire è stato sconsigliato del tutto mettersi in viaggio.

Caos per il turismo mondiale

Il governo britannico ha lanciato la più grande operazione di rimpatrio d’emergenza per far rientrare 150mila inglesi che erano partiti con Thomas Cook. Sono già rientrati 14mila cittadini e il governo ha addirittura noleggiato 40 aerei per permettere il rimpatrio di tutti gli altri. Ma non sono solo i turisti inglesi in emergenza. Tra i turisti rimasti a terra anche i 9.842 francesi per cui è stato istituito il numero di emergenza 01.45.

05.40.81 ma anche 140mila tedeschi. In questo caso si attendono notizie dalla Zurich Insurance, un’assicurazione ai tour operator prevista dalla legge nazionale che dovrebbe indennizzare i clienti. Dei 500mila turisti coinvolti ci sono anche 35mila provenienti dal Nord Europa, di cui 9mila norvegesi, più di 16mila svedesi e quasi 9mila danesi. E ancora 20mila tra olandesi e belgi, di cui però non è stato ancora ordinato il rientro. Per i 5mila austriaci dovrebbe intervenire un’assicurazione come per i tedeschi. Anche alcuni italiani potrebbero far parte della lunga lista e sono in corso le verifiche.

La maggior parte dei turisti si trovano in vacanza in Grecia, Cipro, Turchia e Tunisia. Proprio in Tunisia sono state segnalate tensioni negli hotel di Hammamet per circa 4.500 turisti a causa di fatture non saldate dal tour operator.

Ancor peggio la situazione in Bulgaria dove Thomas Cook possiede 50 hotel sulla costa del Mar Nero e 300mila turisti inglesi e tedeschi all’anno garantivano la loro presenza. Per il turismo bulgaro, quindi, il fallimento del TO è una vera emergenza.

Un modello di business ormai in crisi

Il fallimento di Thomas Cook apre al dilemma sui modelli di business del settore. Negli ultimi anni, infatti, sono aumentati a dismisura i viaggiatori che prenotano viaggi tramite piattaforme online, senza considerare le compagnie dei voli low cost che consentono di viaggiare in aereo a tariffe molto più basse. Come riporta Il Sole 24 Ore in un recente articolo, solo in Germania sono fallite negli ultimi tempi Wave Reisen, Galavital e H&H Touristik, in Francia Aigle Azur  mentre in Gran Bretagna, oltre a Thomas Cook, anche The Holiday Place. Anche in Italia non va meglio, con molte agenzie che hanno chiuso i battenti o dimezzato il fatturato. Esempi lampanti quelli di “Viaggi del Ventaglio, Valtur, rinata con nuova proprietà, Teorema, Eurotravel, Rallo Viaggi, Orizzonti, Festival Crociere, Ventana”.

Il settore, insomma, ha subito un forte cambiamento che ovviamente origina dalle piattaforme digitali che hanno permesso alle persone di prenotare viaggi fai da te spendendo molto meno rispetto al pacchetto prenotato tramite l’intermediazione di un’agenzia o un TO. Colossi come Expedia e Booking hanno letteralmente trasformato i modelli di business del turismo e lo dimostrano anche i dati: Expedia nel 2018 ha avuto un aumento delle vendite  21,5% mentre Booking del 20,7%.

A questo bisogna aggiungere il dominio delle compagnie aeree low cost come Ryanair e Easyjet che insieme ai costi dei voli sempre più competitivi prevedono anche la possibilità di prenotare interi pacchetti inclusivi di hotel e noleggio auto.

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