Cos’è la destra? Cos’è la sinistra? I partiti non lo sanno ma l’economia si

Il Pdl non si comporta da partito di desta e il Pd non si comporta come un partito di sinistra. Eppure, la differenza tra le due aree è chiara, almeno sotto il profilo economico. Differenza strutturatasi nel corso di decenni di politica e di centinaia di pubblicazione degli studiosi.

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Il Pdl non si comporta da partito di desta e il Pd non si comporta come un partito di sinistra. Eppure, la differenza tra le due aree è chiara, almeno sotto il profilo economico. Differenza strutturatasi nel corso di decenni di politica e di centinaia di pubblicazione degli studiosi.

Con un brano sagace e profondo, nel 2001 Gaber sottolineava la scomparsa delle ideologie nella vita politica italiana. “Cos’è la destra? Cos’è la sinistra?” . Nessuno, a quanto pare, riesce più a capirlo. Storicamente, la dissoluzione dei confini tra le due macro-aree politica viene imputata alla fine della Guerra Fredda ma è anche vero che parte delle responsabilità è assegnabile ai partiti stessi i quali, per ignoranza o per calcolo politico, agiscono ormai indipendentemente dalle caratteristiche che, di contro, dovrebbero possedere. Sicché, il Pdl si è spesso comportato come un partito di sinistra e il Pd si è spesso comportato come un partito di destra. Inutile specificare che spesso a essere “contratti” non sono i pregi dell’altra parte, bensì i difetti. Prima di capire in che cosa hanno sbagliato i due principali partiti italiani, occorre capire cosa realmente sia di sinistra e cosa sia realmente di destra.  

Cos’è la destra, cos’è la sinistra

Checché ne pensano politici ed elettori, è estremamente chiaro cosa sia la destra e cosa sia la sinistra. Il settore in cui questa chiarezza diventa praticamente lapalissiana è proprio l’economia. Le diversificazioni economiche tra destra e sinistra si sono sviluppate nel corso dei decenni e grazie all’imponente lavoro degli studiosi, i quali hanno prodotto modelli di comportamento e di approccio ai fatti economici alternativi, e per questo adottati da una o dall’alta parte. La differenza principiale risiede nella qualità e nella quantità delle azioni che lo Stato intraprende nei confronti del sistema economico. La sinistra è più interventista, la destra è per la politica del lassez-faire. La sinistra accoglie le teorie keynesiane e neo-keynesiane, che considerano il mercato come incapace di auto-regolazione e incapace di offrire, in automatico, il soddisfacimento di obiettivi essenziali come la piena occupaziona e l’erogazione dei servizi.

Per questo, sempre secondo la sinistra, i governi devono intervenire con misure anti-cicliche. Come? Semplicemente investendo, anche al costo di fare debito. Al bilancio si penserà più avanti nel tempo, quando gli obiettivi economici saranno raggiunti Discorso opposto per la destra. La teoria di riferimento qui è quella di Friedman, seguita da teorie neoliberiste assortite. Il mercato è considerato come una sorta di intelligenza collettiva, capace di garantire la piena occupazione, l’erogazione di servizi, mobilità sociale e così via. A patto, però, che venga lasciato libero, e nella fattispecie libero dalla mano interventista dello Stato. Come si fa a “liberare il mercato”? Semplicemente alleggerendo l’apparato statale: abbassando le tasse, diminuendo la spesa pubblica, liberalizzando.  

La confusione di Pdl e Pd

Alla luce di queste evidenze, è chiara la confusione di Pdl e Pd. In breve, hanno sempre agito sconfessando i riferimenti teorici a cui avrebbero dovuto appoggiarsi. Il Pdl non è stato liberista, a dispetto della rivoluzione liberata annunciata dal 1994. Il Pd non ha mai adottato politiche keynesiane, nonostante al suo interno militino esponenti che (a parole) si rifanno proprio all’esperienza dell’economista americano (vedi Fassina). Il Pdl avrebbe dovuto alleggerire lo Stato, quindi diminuire le tasse, abbassare la spesa pubblica, liberalizzare. Non ha mai fatto nulla del genere. Le uniche liberalizzazioni, per esempio, sono state fatte da Bersani, che è del Partito Democratico. I dati, poi, parlano chiaro. Durante il 2001-2006, quinquennio gestito dai governi Berlusconi II e Berlusconi III, la spesa pubblica è aumentata dell’1,2%. Durante il quadriennio 2008-2011 (Governo Berlusconi IV), la spesa è aumentata di un altro 0,7%. Si tratta di cifre immense: attualmente un punto percentuale di spesa pubblica vale 7,4 miliardi. Capitolo dolente anche per quanto riguarda le tasse. Durante tutti i governi di centrodestra, la pressione fiscale è aumentata. Solo nell’ultimo Governo Berlusconi essa è salita dello 0,4%. Stesso discorso per la sinistra. A parte le liberalizzazioni di Bersani (misura ottima ma non di sinistra), durante i governi di centrosinistra si è assistito a un’attenzione al bilancio e alla spesa pubblica innaturale per quell’area politica.

Tutti ricordano la “finanziaria lacrime e sangue” di Padoa-Schioppa nel 2007. Il debito, durante la gestione Prodi, anche grazie a quella legge, è sceso di qualche punto percentuale. Sacrosanto, ma non di sinistra. Specie in un periodo di bassa crescita, come sono stati i primi anni 2000, un governo di sinistra avrebbe dovuto spendere a deficit per creare posti di lavoro, rinforzare lo stato sociale e così via. Ebbene, tutto ciò non è stato fatto.

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