Potrebbe sembrarvi strano, ma il rial ha guadagnato circa il 4,5% contro il dollaro nelle ultime sedute. Da un tasso di cambio che sfiorava gli 1,5 milioni di una settimana fa, ieri era a meno di 1,42 milioni. Nulla toglie alla crisi valutaria che sta travolgendo l’Iran: -42% in un anno e -97,7% in 10 anni. Le proteste non si fermano e ora hanno chiaramente come obiettivo la caduta del regime islamista dell’ayatollah Khamenei. I morti tra i manifestanti sarebbero, purtroppo, ormai nell’ordine delle migliaia. L’assenza di dati ufficiali completi rende ancora più angosciante la sensazione di repressione sanguinaria a Teheran e nelle altre principali piazze della nazione persiana.

Crisi del rial in Iran, vecchia storia
Come siamo arrivati a questo punto? Per quanto la crisi del rial stia andando avanti da decenni (lo scià lasciò un cambio di 1:47 nel 1979), la definitiva perdita di valore della divisa sembra essere arrivata dopo l’estate del 2022. E non è una data casuale per l’Iran. A settembre di quell’anno, scoppiarono proteste con centinaia di morti e migliaia di arresti per la morte di Mahsa Amini. La ragazza di 22 anni venne fermata dalla polizia morale di Teheran per avere indossato male l’hijab, il velo islamico. Fu portata in caserma e ne uscì morta, con ogni probabilità a seguito di torture.
Il regime riuscì anche quella volta a mantenere il potere. Lo aveva rischiato nel 2009, quando imponenti manifestazioni contro la crisi economica avevano suscitato più di una preoccupazione tra i pasdaran.
Nel settembre di 4 anni fa, ancora il cambio contro il dollaro superava di poco i 300.000 rial. Avrebbe chiuso l’anno a 420.000, segnando un tracollo vicino al 30% in pochi mesi. Cos’era successo? I cittadini avevano iniziato a smettere di avere fiducia nelle istituzioni. La valuta ne ha risentito di conseguenza. Ricordatevi questo: banconote e monete sono un atto di fede, nel senso che presuppongono fiducia in chi le emette, cioè lo stato.
Corruzione elevatissima
La percezione del regime si è deteriorata moltissimo in questi anni. E non c’entra tanto la soffocante islamizzazione forzata dei costumi, quanto la cattiva gestione dell’economia e la corruzione incontrastata. Teheran ha speso parecchio denaro per sostenere stati-satellite come Libano, Siria e organizzazioni militari come Hamas e Houthi. Tutti travolti dal conflitto con Israele, sostenuto dagli Stati Uniti. E gli iraniani hanno compreso a loro spese di avere compiuto enormi sacrifici per nulla. La prova del nove è arrivata nel giugno dello scorso anno: i raid israelo-americani hanno dimostrato che il regime non è in grado neppure di difendersi dai suoi principali nemici. Decenni di retorica anti-occidentale e militarista per nulla.
A questo punto, il malcontento già forte è diventato incontenibile ed è stato aggravato dalla constatazione che una ristretta élite di funzionari statali, militari e clero sia riuscita ad accaparrarsi le risorse dello stato ai danni del resto della popolazione.
Nei mesi scorsi, il presidente Masoud Pezeshkian aveva cercato di sopprimere il tasso di cambio sussidiato di 285.000 rial per dollaro, riconoscendo che fosse diventato fonte di corruzione. Il Parlamento aveva negato la riforma e i cittadini erano esplosi di rabbia. Perché? La banca centrale ha adottato un sistema di cambi multipli. A fianco al cambio ufficiale di 42.000 rial, ha offerto dollari a un tasso di 285.000 rial per gran parte del 2025 alle imprese importatrici di beni primari del settore alimentare e farmaceutico. E un terzo cambio di 700.000 è stato offerto per altre importazioni, tra cui del comparto automotive.
Svalutazione del cambio con la fine delle importazioni sussidiate
Nell’anno passato, l’istituto ha così messo a disposizione del mercato oltre 42 miliardi di dollari per importazioni sussidiate. Questo sistema, però, non è servito a contenere né l’inflazione, né la crisi del rial in Iran. Ha replicato uno schema corrotto verificatosi ovunque sia stato adottato, tra cui spicca il Venezuela “chavista”. Coloro che hanno accesso privilegiato al cambio sussidiato – militari e burocrati del regime – acquistano dollari a prezzi favorevoli per rivenderli al mercato nero a prezzi più alti. Ad esempio, per 1 dollaro costato 285.000 rial e rivenduto illegalmente per 1 milione di rial, il margine di guadagno è di oltre 700.000 rial. Un gioco che serve ad arricchire pochi fortunati, in breve tempo e sulle spalle degli altri cittadini.
Il paradosso di questa crisi del rial è che qualsiasi cosa avesse fatto il regime, non avrebbe potuto contenere il malcontento. In effetti, questo è esploso lo stesso quando la banca centrale ha annunciato la fine dei cambi sussidiati. Di fatto, adesso per 1 dollaro servono più di 1 milione di rial persino per il cambio ufficiale. Una svalutazione di quasi il 96%, andata in scena la scorsa settimana. Pochi giorni prima era stato licenziato il governatore Mohammed Reza Farzin e al suo posto nominato Aldolnasser Hemmati. I commercianti del bazar di Teheran hanno innescato la miccia delle proteste, non riuscendo più a reggere i costi delle importazioni. Il resto è cronaca.
Crisi del rial in Iran nasce da sfiducia collettiva
L’Iran figura al 151-esimo posto su 180 nella classifica internazionale sulla corruzione percepita. Con soli 23 punti su 100, risulta tra gli stati più corrotti al mondo. Quando si dice che la crisi del rial rischia di travolgere il regime islamista, si racconta una realtà parziale o forse ribaltata. E’ la crisi di fiducia nel regime ad avere provocato quella del cambio, che a sua volta si è riflessa negativamente sulla tenuta delle istituzioni rivoluzionarie.
Le donne che si accendono una sigaretta in piazza con le foto dell’ayatollah in fiamme, dicono tutto. Simboleggiano la fine del rispetto verso la guida spirituale che tiene in scacco il Paese dal 1989. Le banconote perdono valore a ritmi vertiginosi, perché chi le emette non è più considerato degno di fiducia. Ha mal gestito l’economia tra sperperi, inflazione, disoccupazione, corruzione e isolamento internazionale. E tutto per ambire a diventare una potenza regionale, mentre non riesce a difendersi neppure in casa.
giuseppe.timpone@investireoggi.it